Dopo quattro giorni di strada larga e asfaltata, un po’ di polvere mangiata, sudate costanti e troppe  zanzare veniamo finalmente ripagati con l’arrivo al confine. Una lieve discesa verso Guayara-Mirim e il fiume, color tè con latte che la separa dalla Bolivia illuminato dalla pallida luce rosea del tramonto. Stendo le gambe, i glutei riposano senza toccare la sella, spalle dritte, collo rialzato verso l’alto, le ruote scorrono senza pedalare e un sorriso che sfiora le orecchie!

Aspettiamo che la polizia federale riapra l’ufficio per ottenere lo stampo d’uscita, sedendoci ai tavolini di plastica di un bar di contrabbandieri a festeggiare. Euforici e un po’ alticci otteniamo il via libera e ci dirigiamo verso il porto. La barca per attraversare il Mamorè e portarci in una delle nazioni, secondo me, più interessanti del Sud America sembra aspettarci. Carichiamo bici e borse al volo. Si tratta di una piccola barca di legno, molto improvvisata e poco stabile. È completamente buio ma il tragitto è breve e sono troppo felice per preoccuparmi.

Bienvenidos to Guayaramirim! Spoonsored by Coca Cola... #Bolivia

Bienvenidos to Guayaramirim! Sponsored by Coca Cola… #Bolivia

Piedi a terra, un cartello rosso, sponsorizzato dalla Coca Cola dice “Bienvenidos a Guayaramirin”. (la relazione tra la coca cola e la bolivia deve essere interessante e merita d’essere investigata) Non possiamo ottenere subito lo stampo d’ingresso perché l’ufficio immigrazione è chiuso a quest’ora. L’unico ufficiale rimasto in giro è mezzo addormentato e tra uno sbadiglio e l’altro,  dice di tornare domani mattina, non ci saranno problemi. L’atmosfera sembra rilassata e cosí entriamo in Bolivia di notte, con le nostre bici impolverate.  Non ci sono luci per strada, ma tanta gente nel buio dei marciapiedi. “Sempre dritto” indicano nella penombra di una timida luna. Arriviamo alla piazza principale e troviamo un piccolo e decentissimo alberghetto per 120 Bolivianos. Tanto o poco? Questo ancora non lo sappiamo. In Bolivia c’ero stata dieci anni fa e credo i prezzi siano cambiati parecchio da allora, ma sono troppo stanca per mettermi a contrattare a quest’ora.

A questo punto non ci resta che capire come arrivare a La Paz da qui, in bici. Dicono le strade siano impraticabili nella stagione delle piogge ma innanzitutto non sta piovendo molto, secondariamente ho le mie buone ragioni per non fidarmi più di chi dice “impossibile”.

Per assicurarci che quantomeno provarci non sia una cazzata il giorno dopo affittiamo una moto. Chi ce l’affitta, si prende le nostre patenti in ostaggio, ci rilascia un foglio di carta con scritto a mano “permesso per guidare la moto affittata” e ci raccomanda di non uscire dal paese. Noi però l’abbiamo affittata apposta per testare le condizioni della “carrettera” e non gli diamo retta.

Non piove, ma in nottata ne è scesa parecchia, e anche se è tutto sterrato, sembra messo piuttosto bene, concordiamo che Falkor e J.I.T (Just in time, le bici) dovrebbero farcela.  È la prima volta in moto per Jonathan ed è esaltato come un ragazzino, ci divertiamo a scorrazzare su sterrato rosso come un campo da tennis immerso nella verdissima campagna, esplorando i dintorni, fino ad arrivare a una specie di posto di blocco.

Una barriera fatta di corda ci blocca la strada e al lato è seduto un signore dal viso piuttosto serio che lentamente si alza e ci viene in contro.  “Non si può proseguire” dice con tono greve mentre altri motorini passano sotto alla sbarra senza che l’uomo faccia finta di notarli.  Gli chiedo informazioni sulle condizioni della strada, se peggiori più avanti o sia tutta così. Risponde cortesemente ma poi c’invita a mostrargli la patente che abbiamo lasciato a quello che ci ha affittato le moto, e allora inizia a dire che deve chiamare una pattuglia, che non c’è niente di cui preoccuparsi, ma ci dovranno riportare indietro per controllare che effettivamente possiamo guidare, etc. etc. Allora inizio a ballare con lui la danza della mazzetta.  “Ma insomma, sul foglio rilasciato da quello che ce l’ha affittata c’è scritto che abbiamo il permesso per guidare, e lui ha le nostre patenti! Magari con 20 bolivianos, potrebbe lasciarci andare, chiudere un occhio, evitare una perdita di tempo a noi e alla polizia che sicuramente avrà cose più importanti da fare.” Non è soddisfatto e ricomincia la predica, non succederà nulla di male, semplicemente vi scorteranno fino alla piazza dove le avete affittate per verificare che davvero abbiate le patenti, perchè ce le avete, non è vero…? E a quel punto mi guarda dritta negli occhi per vedere se mi cedano le gambe o se abbia intenzione di mentire e allora si può fottere! Come che non ce l’ho la patente! Ho anche fatto l’esame l’anno scorso per guidare qualsiasi tipo di moto, di qualsiasi cilindrata, no non sto mentendo, gli dico con gli occhi mentre gli rispondo. Ripeto che se gli dessi, chessò, 20 o 50 bolivianos, ci farebbe un favore e non ci farebbe perdere tempo. L’offerta di 50 (8 euro) sembra convincerlo e mi dice che per questa volta chiuderà un occhio.  Conclude il suo teatrino infilandosi la banconota che ho fatto strisciare sopra al tavolo fino ad incontrare le sue mani, nei pantaloni e con un’ultima intimidazione. Se avessi seguito quella strada mi sarei trovata in una situazione di pericolo, entrano molti brasiliani, a suo parere malintenzionati e sicuramente mi avrebbero portato via tutto. Da quanto ne so invece, questo confine in particolare, non è molto usato e lungo tutto il Rio Mamoré che scende fino a Trinidad sembra sia territorio di contrabbandieri di cocaina, motociclette rubate e chissà che altro. Credo il poliziotto sia più interessato a fare in modo che io non veda quello che potrei vedere piuttosto che alla mia incolumità, in ogni caso lo ringrazio, per le attenzioni e rimontiamo in sella verso il centro.

La mattina successiva ripartiamo in bici seguendo la strada più diretta per La Paz, in direzione Rurrenabaque, spingo di brutto, soprattutto all’inizio, e nonostante la tarda partenza arriviamo prima del tramonto, mantenendo una media di 18 km all’ora (solitamente viaggio sui 15 nei saliscendi) su un bel su e giù, per adesso ancora asfaltato. Ci sono altri posti di blocco sulla strada ma nessuno osa fermarci in bicicletta.

Prendiamo una stanza all’hotel “Del Campo” dove il prezzo delle stanze è inversamente proporzionale ai gradini per arrivarci (per 80 Bolivianos scegliamo l’ultimo piano, non sarà certo un gradino in più a far la differenza dopo i 90 km di oggi). Non è male anche se mi prendo una scossa con la doccia elettrica e la mattina successiva vengo svegliata dalla polizia che bussa rumorosamente alle 6.30 per controllare i documenti.

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Riberlata è sorprendentemente una cittadina con carattere, ricca di inaspettata street art. Le cabine telefoniche hanno tutte forme diverse: pesci gatto, caimani, topastri e altra fauna locale. Pezzi di moto usate vengono trasformate in statue che si trovano negli angoli più disparati e altre statue più classiche ma con un tocco indigeno occupano le rotonde. Sembra sia piuttosto ricca per la produzione di “noci brasiliane” e finisce che ci fermiamo un altro giorno per esplorarla, fare qualche foto, visitare il mercato e anche tagliarmi i capelli. Come a Guaiaramirin l’attrazione principale per la gente del posto è la piazza dove gente di ogni età ci gira intorno in motorino come fossero sulle giostre o sugli autoscontri. Chiacchierano, flirtano, salutano gli amici seduti nei bar limitrofi buttando via benzina e facendo rumore per niente.

Come più o meno ovunque non esiste alcuna coscienza ecologica, e la gente che fino a 50 anni fa’ era domata dalla natura, ora non se lo ricorda, pensa di averla domata e non la rispetta più. I lati della strada dove passano gli autobus sono pieni da spazzatura, (però quantomeno la maggior parte della gente non potendosi permettere auto va in giro in autobus sempre strapieni) i fiumi dove passano le barche sono pieni di spazzatura e mercurio che viene usato dai cercatori d’oro per dividere il metallo prezioso dal resto. La foresta ai lati della strada è sempre scarna, alberi centenari vengono tagliati per farci tavolini e il resto per crescerci vacche e far bistecche.

Il numero di bambini che lavorano è impressionante. I ragazzini che provengono dalle famiglie più povere iniziano a lavorare intorno agli 8 anni, vendono ricariche telefoniche, lavorano al mercato o aiutano i genitori in campagna. Ne ho visti altri andare in giro con un ventaglio ritagliato da un pezzo di cartone, cercando di farti aria in cambio di qualche pesos. Ho visto un signore ceco che andava in giro con il bastone facendo la carità, ripetendo la stessa nenia ogni sera. L’ho visto  difendersi dai cani che gli sono saltati addosso dopo che, senza farlo apposta, gli ha pestato la coda. L’ho rivisto il giorno dopo, cercare di fermare un taxi in mezzo alla strada, schivando le macchine come se le vedesse. Lo stato non si prende cura di lui e se non si ha una famiglia alle spalle, in Bolivia,  si rimane abbandonati a se stessi. Tutto questo non lo capisco e non mi sembra necessario.

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Eppure spesso si è attratti proprio da quello che non si comprende. È così anche con le persone.  Per questo la Bolivia mi piace da morire nonostante tutti i suoi contrasti pungenti da far male. Poi, questa parte amazzonica, mi ricorda tanto il mio amato Laos, per i fiumi, il clima, la vegetazione e anche nel modo pacato degli abitanti.