Sapevo che vendere libri di viaggio non fosse facile, me lo avevano detto tutti coloro che lavorano nel settore. Ma proprio tutti, anche quelli a cui non avevo chiesto niente. Sembrava ci tenessero da morire a farmelo sapere: “Ormai i libri sono diventati oggetti di design per fare una buona impressione sugli ospiti”, “la gente non legge nemmeno se glieli regali“, “Se venderai qualche centinaia di copie, ritieniti già fortunata”.

Vivi come se già vivessi nel mondo dei sogni ed esso si adatterà, è il consiglio più prezioso che la strada mi abbia mai dato, e della strada mi fido ciecamente, mentre di quei burattinai che vivono sgranocchiando secondi fini nel retroscena del palcoscenico letterario, no.

 Nel mio mondo dei sogni la gente legge e quindi ho deciso di non dare ascolto alla negatività e di farmi 6000 km su una bicicletta di bambù per promuovere il mio primo manoscritto. Ne ho vendute 830 personalmente, di mano in mano, e qualche migliaia in libreria. Un piccolo successo editoriale dovuto solo ed esclusivamente al fatto di aver creduto che fosse possibile e aver agito di conseguenza.  Non ho dato ascolto alle lamentele, mi sono tirata sù le maniche organizzando da sola più di ottanta presentazioni in tutta Italia, e facendomi conoscere come persona, e come scrittrice pedalata dopo pedalata. Ora dopo essermi fatta 3000 km a piedi e poi 6000 in bici su e giù per il bel paese -praticamente l’Italia intera sei volte e mezzo senza aver bruciato mezzo litro di benzina per quanto abbia scoperto che il nostro sia il paese più bello del mondo, ho voglia di vedere altro. Per Mondonauta devo necessariamente trovare nuovi canali di promozione, ripiegando su metodi “virtuali” che mi permettano di non esserci fisicamente mentre trasformo il mio prossimo sogno in realtà: il giro del mondo in bici!

Tra meno di un mese sarò di nuovo “on the road” (non vedo l’ora!) e la mia unica fonte di sostentamento saranno i frutti di questo nuovo libro, quindi ogni minuto libero a Dublino lo spendo scervellandomi nel cercare di decifrare i misteri dell’internet marketing, leggendo articoli su come ottimizzare le vendite con un budget pubblicitario limitato, guardo video di americani che passano le giornate davanti a grafici e mi raccontano come fare a “centrare” l’audience giusto, che tipo di parole dovrei utilizzare per fare in modo che i motori di ricerca non mi mettano su un razzo solo andata diretto verso l’oblio cibernetico, etc etc…

Vi assicuro che ho faticato meno a pedalare in salita con 60 libri nel carretto attaccato alla mia bici  che a  capire come si facesse a “monitorare le conversioni” e non sono nemmeno ancora certa di esserci riuscita.

Sempre secondo questi cervelloni del marketing la mia presenza online corrisponderebbe a quella che nella vita reale sarebbe la facciata di un negozio quindi mi devo assicurare che sia attraente, pulita, ordinata, credibile, insomma che invogli il cliente ad entrarci, ovvero a proseguire con il prossimo click all’interno dove potranno diventare familiari con il prodotto, parlare con altri clienti che l’hanno già acquistato (ovvero leggere le recensioni su Amazon ) e poi eventualmente avviarsi verso la cassa e l’acquisto finale.

Apparentemente i video sono l’approccio che funziona di più, piacciono tanto anche il fornitore che te li vende a prezzo dimezzato  (Facebook stesso te li fa pagare di meno rispetto ad una semplice immagine).

Quindi, nonostante ovviamente preferisca scrivere per comunicare, mi sono messa di buona lena davanti a una telecamera a presentare me, il mio progetto e infine il mio libro, il tutto senza superare la soglia di attenzione massima di 5 minuti . Questo è il risultato e personalmente credo di esserci riuscita abbastanza bene ma…

Ordina Mondonauta

Il popolo della rete si è immediatamente diviso e oserei dire precisamente in due. Credo che ci sia un buon 50% di sostenitori a cui piace tantissimo quello che faccio, ammirano le mie scelte di vita, iniziano a scrivermi e a seguirmi e magari effettivamente finiscono alla cassa con in mano una copia, ma l’altro 50% non è di quelli che se pubblicizzi un prodotto e non t’interessa continuano dritto per la loro strada, ma di quelli che si mettono a lanciare molotov contro alla vetrina.

In questi giorni me ne sono sentita dire veramente di tutti i colori: da veri e propri messaggi di ODIO sia pubblici che privati, arrivando a chiamarmi “bambola assassina con i capelli social” a darmi dell’ape, o del criceto impazzito.

Per capire di cosa stiamo parlando ho fatto un collage di alcuni dei commenti più emblematici che mi sono ritrovata a leggere.

cattiveriape

Alcuni addirittura raccomandano ai poveri sprovveduti che appoggeranno gli occhi su questo video di non inviarmi soldi e di non farsi fregare, come se fossi una specie di Vanna Marchi che vende aria. Altri mi danno della parassita perché un giorno quando sarò vecchia, dopo aver vissuto una vita senza assumermi alcuna responsabilità, avrò bisogno del sistema, che loro avrebbero pagato per me.

Ora, io sono consapevole che questo è un post inutile perché voglio rispondere proprio a tutti loro, essendo praticamente certa che nessuno degli interessati avrà la pazienza di leggerlo. (Ma vivo come se già vivessi nel mondo che sogni e spero che rispondergli possa servire a cambiare qualcosa…)

Allora signori miei che iniziate a scrivermi dicendomi: “Cazzomene” “Chissene” “Esticazzi” sappiate che è difficile per me capire come una persona alla quale qualcosa non interessa possa buttare via anche solo 2 secondi della sua vita per farlo sapere ad altri, pensando che forse ad altri il loro disinteressamento possa interessare? Se spendessi le giornate a scrivere cosa non m’interessa tra le cose che vedo, dovrei andare in giro con un gessetto e fermarmi ad ogni tre passi, ma credo che farlo sia una perdita di tempo, forse sarebbe molto più utile focalizzare la mia attenzione su quello che invece m’interessa e lavorare sodo verso la realizzazione dei miei sogni piuttosto che investire energia nello smontare quelli degli altri.

A chi invece mi dice: “Trovati un lavoro”, “Paracula”,  “Parassita, vai a lavorare” vorrei spiegare che non ho mai smesso di lavorare da quando ho potuto iniziare a 16 anni fino ad ora. Mi sono sempre adattata alle situazioni che ho trovato in giro per il mondo. Ho fatto davvero ogni tipo di lavoro vi possa venire in mente.

Dall’insegnante d’inglese alle elementari in Laos, alla massaggiatrice di teste di giocatori di poker in Inghilterra. Ho fatto la cameriera, la fotografa, la grafica, l’organizzatrice di eventi, ho avuto e gestito un ristorante, ho fatto la ragazza immagine, la modella, la segretaria, la volontaria, la spogliarellista e anche l’imbianchina.

Negli ultimi due anni ho scritto due libri, e di uno sono anche editrice. Ora, a Dublino, mentre studio internet marketing e imparo ad andare in barca a vela sto lavorando per City Kayaking, una compagnia che organizza pagaiate sul Liffey, gestisco l’amministrazione e la promozione sia in strada che online, dando volantini, facendo video e prendendo le prenotazioni.

In ogni caso quello che voglio sottolineare è che SCRIVERE È UN LAVORO! Per raccontare le storie di cui scrivo, innanzitutto devo viverle, il ché richiede tempo, e una sana dose di follia, secondariamente mi devo sedere e rimanere con il culo incollato alla sedia fino a quando non avrò digitato la parola fine! Dopo quattro, cinque o sei mesi da quando ce l’ho appoggiato (e io sono una che scrive veloce). Scrivere non è facile, nemmeno per chi, come me, adora farlo. Devo assicurarmi di raccontare storie interessanti, di farlo in modo scorrevole,  verificare che le informazioni date siano corrette, e riuscire a trasmettere le emozioni che ho vissuto in un presente già passato al lettore.  A volte mentre per un pomeriggio intero cerco di racchiudere un concetto in una frase rimpiango il pennello e il muro da imbiancare, rimpiango un lavoro manuale che non ti faccia impazzire. Scrivere è un lavoro serio e duro, a volte durissimo e degno di essere considerato tale. Considerarlo un hobby solo perché chi lo fa, solitamente lo fa con passione non ha alcun senso. Se tutti potessimo trovare un lavoro che ci piace vivremmo sicuramente in un mondo migliore, e se non ci auto-distruggiamo prima, come specie, questa possibilità, grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie, sta diventando sempre meno utopica. Quindi, per favore, non m’insultare solo perché faccio un lavoro che mi piace e tu no. Invece di vivere d’invidia dedicati alle tue passioni, e ti giuro che il duro lavoro prima o poi darà i suoi frutti! 

Parassita! È vero io in Italia non ho mai pagato una tassa, ma è anche vero che io in Italia non ho mai guadagnato un euro e che se mi capitasse qualcosa all’estero non sarai tu, contribuente a pagarlo per me dato che ho un assicurazione di viaggio che se ne prende cura. Inoltre dubito che quando sarò vecchia tornerò in Italia a godermi una pensione per la quale non avrei versato un euro. Uno: perché ora che io arriverò all’età pensionabile dubito che ci sia qualche speranza che la possa ricevere (o che chiunque la possa ancora ricevere), secondariamente perché dubito in ogni caso che tornerò mai a vivere in Italia in pianta stabile, tre perché semplicemente non ci faccio affidamento e conto che se mai arriverò a una certa veneranda età mi sarò trovata un bel posticino su questo pianeta dove potrò vivere nel modo più umile e semplice possibile, coltivando la terra e godendo dei suoi frutti. Quindi rilassati e “stai sereno” non ti sto portando via niente vivendo la mia vita come piace a me. 

“Ma tu non sei un autrice vera! Ti sei autopubblicata! il tuo non è un libro, è solo un volantino costoso!” Ho tenuto diari dei miei viaggi, da sempre, senza condividerli. Quando decisi di farmi tutta l’Italia a piedi, pensai di iniziare a raccontare le mie avventure on-line. Ben presto in molti si appassionarono a leggerle, iniziarono a condividerle e la mia idea arrivò alle orecchie di giornalisti che a loro volta la riportarono su giornali e radio, prima locali e poi nazionali. In tutto questo circo mediatico una casa editrice dedicata ai cammini mi notò e mi chiese se volessi pubblicare un libro che parlasse di quel viaggio. Perché no? In fondo l’avevo già scritto! Firmai un contratto nel quale mi spettava una percentuale inferiore al 10% del prezzo di copertina e ciò nonostante mi dedicai con tutta me stessa alla promozione e il libro fu un grande successo, considerate le aspettative. Ora, dopo un anno dalla pubblicazione del manoscritto, dopo aver ricevuto rendiconti inesatti in ritardo di mesi dalla casa editrice e non aver visto un euro, mi sono ritrovata a dover contattare un avvocato esperto in diritto d’autore e finalmente siamo riusciti a riottenere i diritti del primo libro che sarò felicissima di ri-auto-pubblicare il prima possibile. Quindi, se pensate mi serva una casa editrice che mi derubi per farvi credere che sia un’autrice vera, preferisco essere considerata scrittrice di volantini costosi e raggiungere comunque i miei lettori. Loro sono gli unici in grado di giudicare davvero la qualità del manoscritto. (Detto questo Walkabotitalia nonostante avesse un editore, è entrato in ristampa ben 2 volte pieno di errori. Mondonauta dopo la prima pubblicazione, è stato corretto e ripubblicato senza più una virgola fuori posto. Il bello dell’auto-pubblicazione, è proprio questo! Io scrittrice, tengo che i miei lettori abbiano tra le mani un prodotto di qualità, mentre un editore svogliato pensa solo al profitto!) 

“Per pubblicare un libro ci vogliono soldi, questa avrà i genitori ricchi!” Non ho i genitori ricchi,(i miei gestiscono un modesto bar sul lago Maggiore e lavorano tutti i giorni da quando sono nata, giusto per pagare le tasse e arrivare a fine mese) e con CREATESPACE la pubblicazione è completamente gratuita.

“TU VAI IN VACANZA E IO TI DEVO FINANZIARE!!!” Quando ho deciso di partire per il giro del mondo in bici, non ho pensato nemmeno per un secondo di fare un “crowdfunding” o una colletta. Ho pensato che non ha senso chiedere soldi alla gente per fare in modo che io possa viaggiare. (VIAGGIARE, non andare in vacanza. Due cose ben diverse Non è che Marco Polo andasse a farsi un “All inclusive” da Kublai Khan quando andava in Asia…Certo io non sono Marco Polo e i tempi sono cambiati ma state certi che viaggiare come faccio io è tutt’altro che cocktail di gamberetti e vestiti da sera..) Utilizzando un minimo di empatia mi sono chiesta se io avessi regalato soldi a qualcun altro per fare quello che vorrei fare io e la risposta è stata un “no” diretto senza passare dal via. Non chiedo e non voglio i vostri soldi senza dare nulla in cambio. Propongo semplicemente l’acquisto di un libro, che per le ragioni sopra esposte non si trova in libreria. Se non vi piace leggere, se il progetto non v’interessa, lo capisco e non mi offendo, è vostro diritto scegliere quello che vi piace ma dovrebbe essere comunque un vostro dovere rispettare anche ciò che non capite. 

“Non ti assumi responsabilità”, “Tu non vivi la vita “vera”!”, “O sei figlia di papá o sei specializzata in pompini”. Innanzitutto, vorrei chiedervi quanto ne sappiate di me per accusarmi di non essere una persona responsabile? Se vi dicessi che negli ultimi anni tutti i frutti del mio lavoro li ho inviati ad alcuni cari che mi hanno chiesto una mano? Non voglio entrare nei dettagli, dopotutto si tratta della mia vita e non devo giustificarmi con nessuno, ma sappiate che azzardare il fatto che sia una menefreghista irresponsabile solo perché viaggio è un giudizio alquanto affrettato e fantasioso. Non vivo la “vita vera”? Cosa vuol dire vivere la vita vera? Invidio profondamente persone che godono della consapevolezza di avere tali certezze. Non so se quella che faccio io sia “vera” o finta, so però con che mentre pedalo, mentre cammino, mentre respiro il mondo Vivo molto di più di quanto non vivessi a stare seduta dietro a una scrivania a guardar fuori dalla finestra, sognando quello che faccio ora.  No, di nuovo, non sono figlia di papà, certo sarebbe stato comodo, ma forse avrei imparato di meno a sviluppare la mia indipendenza, e per quanto riguarda i pompini, è anche possibile che li faccia, ma di certo non in cambio di denaro o ospitalità, se li faccio è con la persona giusta per amore e non chiedo né voglio niente in cambio!

E poi ragazzi siamo nel 2016 è possibile che ancora oggi mi debba ritrovare a leggere commenti sul fatto che io, essendo donna dovrei rimanere a casa a far le pulizie e fare famiglia? In ogni caso su questo argomento ho già esposto il mio pensiero quindi, sempre inutilmente, vi metto il link all’articolo in cui ne parlo http://theneverendingroad.com/io-viaggio-da-sola/ chissà… Se siete arrivati a leggere fin qui, allora magari c’è davvero speranza.

 Ripensando a quello che ho letto in questi giorni quello che inspiro tra le righe di tutti questi commenti è proprio puzza di sogni andati a male.  Forse sono stati scritti proprio dalle mani di chi, una volta, tanto, tantissimo tempo fa, aveva un sogno. Io lo so, la cosa che spaventa sempre di più è proprio il primo passo!

Mi ricordo un’insegna stupenda che trovai su un ufficio di traduzioni in Cina, diceva: ‘Nothing in life is to be feared, it is only to be understood’, nella vita niente deve farci paura, va solo capito. Abbiamo sempre paura di quello che non conosciamo, che non capiamo. Prima di partire, o di fare il primo passo versi i nostri sogni, l’idea di quel salto ci affascina ma allo stesso tempo ci fa tremare le gambe. E più i giorni passano più le scuse per non saltare aumenteranno, fino a quando la nostra paura sarà talmente razionalizzata che inizieremo a pensare che chi abbia saltato sia un pazzo. Il passo successivo è distruggerlo per consolarci. 

Beh allora, sognatore inacidito, che hai dimenticato il bambino che abita ancora da qualche parte, dentro di te, ti voglio svelare un segreto, il mondo è ancora la fuori, e non è mai tardi per farlo, quel fottutissimo primo passo… E poi ci sono anche una sacco di Pokemon che aspettano solo di essere catturati… 

Ordina Mondonauta

Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.

jacques brel