Zaino in spalla, fresca come una rosa, impacciata di fronte alla strada come un chierichetto dinnanzi a Dio.

Palermo-Piana degli Albanesi. Circa 25 chilometri, circa in salita. Probabilmente oggi farò più passi di quanti ne abbia mai fatti in tutta la mia vita. «Darinka, sei pronta a partire? Ti sei allenata?», «Sì, sì!», rispondevo sicura. Sì sì, quando?

Mi allenerò strada facendo, pensavo tra me e me. Ecco, quello strada facendo è adesso. 
Passo il cartello che delimita la città. Familiarizziamo. Dovremmo incontrarci spesso nei prossimi mesi e ci facciamo una foto insieme. Sorrido apertamente, lui rimane freddo.

 

Il tempo è lunatico, sole, pioggia, grandine, senza vie di mezzo. Forse quello lassù sta decidendo se gli sono simpatica o meno, e pensare che credevo di essere io quella bipolare.La città scompare in lontananza. Tornante dopo tornante viene rimpiazzata da verdissime vallate, belle pinete e roccia nuda che spunta inaspettatamente dai prati, irrigidendo il paesaggio. Il percorso da seguire è nelle mani di Google. Google sembra aver rimpiazzato Dio, in questo terzo millennio.

Sento una voce uscire da una macchina: «Darinkaaaa!!!». Cosa? Non conosco nessuno da queste parti, chi può essere?
 Una signora ha letto del mio viaggio sul «Giornale di Sicilia», mi stava cercando per darmi il suo sogno. Forse non sono completamente pazza, o se lo sono, siamo almeno in due!

Tiro fuori la scatola, la scatola che mi ha fatto Marco.
 Marco.
L’unico ad aver creduto in me, fin da prima ancora che avessi ben chiaro cosa fare. Quando mi venne a trovare in Nuova Zelanda mi portò un orecchio di gesso, fatto da lui. Gli dico che me ne servirebbe un altro, montato su una scatola, nella quale possa raccogliere i sogni di tutti. Dopo un paio di settimane mi trovo un biglietto nella posta, un pacco in arrivo dal Friuli. La scatola! Il calco del suo orecchio montato sopra a una scatola di biscotti ben camuffata. Sembra un ready made di Duchamp. Dentro c’è il suo sogno, il sogno 0. Chissà se suona come tutti gli altri?

Walkaboutitalia: L'Italia a piedi, senza soldi, raccogliendo sogni

Piana degli Albanesi

Cacciatrice di sogni! “Bel mestiere mi sono inventata!”, penso mentre riprendo a camminare sul ciglio della strada, salutando la donna che è ripartita speranzosa e sorridente. Per una volta nella vita, mi sento sulla strada giusta.

Arrivo trotterellando fino al prossimo cartello: “Hora e Arbëreshëvet”. Forse no. Che lingua è questa?

Mi spiega tutto Rosalba, la couchsurfer che mi ospiterà stanotte. A Piana degli Albanesi si parla arbërisht, e lei, come la maggior parte dei seimila abitanti di Piana, è di origine appunto albanese. A partire dal quindicesimo secolo, in seguito all’invasione dei turchi ottomani, molti albanesi scapparono dalla loro patria per trovare rifugio nel Regno di Napoli e di Sicilia, e qui rimasero, conservando lingua, tradizioni e religione. Gli arbëreshë in Italia sono oggi circa centomila, sparsi in quasi cinquanta comuni. Rosalba è orgogliosa delle sue origini e con la sua voce squillante e cristallina mi spiega che quando si sposerà indosserà il vestito che è stato di sua madre e prima di sua nonna e prima ancora della madre della nonna e così via fino a seicento anni fa, quando le loro lontane parenti in fuga se lo portarono da questa parte del Mediterraneo. È rosso, di velluto spesso, ricamato con fili d’oro. Un capo di valore inestimabile, preservato amorevolmente di generazione in generazione. Come se io mi facessi le spremute con uno spremiagrumi medioevale invece di essere vittima della plastica fatta per rompersi e il cui vero costo lo paga il pianeta.

Mi sembra di aver valicato i confini del mondo ed essere entrata in un luogo incantato, abitato da esseri fieri e schivi che preferiscono isolarsi pur di salvaguardarsi, un luogo fermo nel tempo. Sono dentro a un dipinto di seicento anni fa.

Rosalba mi offre il famoso cannolo di Piana, e mentre anche il mio palato parte per un paradisiaco viaggio spazio-temporale, andiamo a vedere un posto speciale prima che le tenebre ci soffochino.

camminando da Piana Degli Albanesi a Corleone

Fa freddo e il vento sciuscia sfiorando le pietre memoriali che si stagliano contro il cielo rosso sangue del giorno spentosi improvvisamente. Il mio primo giorno di cammino si conclude qui, a Portella della Ginestra. Rosalba prova a spiegarmi cosa successe su questo lembo di terra il primo maggio 1947, ma non trova le parole, anzi non lo sa, nessuno lo sa. Si sa che c’era il bandito Giuliano, si sa che ne sono morti undici e ne sono stati feriti una trentina, tra cui donne, bambini e anche un asino. Questo si sa.

I mandanti e il perché, a settant’anni dalla strage, invece rimangono un mistero. Torniamo a casa, nel silenzio, tra le urla irrequiete delle anime che ancora se lo chiedono.

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