A Parigi sono stata due volte.

Ho fatto l’alberghiera di Stresa, specializzata come segretaria d’albergo.

A tredici anni non è facile sapere cosa si voglia diventare. Nemmeno a sessanta lo è.

I miei genitori insistettero per farmi studiare qualcosa che mi avrebbe facilitato a trovare un lavoro sul lago. Non avrebbero potuto indirizzarmi peggio.

Innanzitutto credo che per fare il cuoco, il cameriere o la receptionist s’impari molto di più lavorando che tra i banchi di scuola,  secondariamente le materie che m’interessavano semplicemente non c’erano o erano sviluppate in maniera superficiale e, in fine,  la scuola alberghiera di Stresa è oggettivamente una pessima scuola. Vive di rendita per essere stata una buona scuola, probabilmente 40 o 50 anni fa.

L’insegnante che ho avuto di segreteria non aveva mai lavorato in albergo in vita sua e non era assolutamente a conoscenza di come oggi la maggior parte delle prenotazioni avvengano attraverso internet. Gli chef erano ancora di quelli secondo i quali il formaggio non va col pesce. Insomma roba vecchia condita di arroganza credendosi ancora all’altezza della fama ormai sbiadita.

Nell’istituto vigono ancora oggi regole ottocentesche, come mettersi il grembiule in classe (sui banchi, non in cucina) oppure la divisa. Rigorosamente vietati i jeans, per le ragazze qualsiasi capo al di sopra delle ginocchia, insomma qualsiasi cosa che un teen agers non vede l’ora di esibire. (piercing-tatuaggi-ombelico-ginocchia etc.)

Mi piaceva già scrivere eppure la mia professoressa d’italiano mi metteva sempre voti al di sotto della sufficienza e mi trattava sempre con visibile disprezzo davanti alle mie compagne (quasi tutte femmine e quasi tutte con il  così detto palo infilato nel deretano) alle quali non ero per niente simpatica essendo stata ghettizzata fin dal primo giorno come “la ribelle problematica.”

Eppure alle medie ero talmente brava in italiano che all’esame feci due temi, uno per me e l’altro per una mia compagna, che in cambio mi passò l’intero compito di matematica.

Cosa poteva esser successo in quell’estate tra medie e superiori per stroncare completamente la mia capacità di scrivere? Ora lo so. Niente. Proprio un bel cazzo di niente.

Era lei, Moalli si chiamava, me la ricorderò finché crepo la grassa goffa presuntuosa scrofa radicalchic.   Mi odiava, senza alcuna ragione. Avrei potuto anche essere Elena Ferrante e non avrei comunque superato la soglia del cinque.

“Montico, nota sul registro” Enuncia da dietro gli occhiali spessi appoggiati sul naso storto.

“I jeans”. Sottolinea greve indicando la parte inferiore del mio corpo con lo stesso disprezzo in viso di chi pulisce i capelli rimasti bloccati nello scolo della doccia.

“Non sono jeans”

“Ah no?”

Mi avvicino per farle vedere che si sta palesemente sbagliando.

“No, sono pantaloni di velluto…Li indossa mezza classe…”

Diventa rossa come un pomodoro troppo maturo e prende a respirare affannosamente.

“Non è questo il modo di rispondere!” Urla paonazza.

“Allora se sta dicendo una cazzata devo asserire solo perché è professoressa?”

Prende la penna e inizia a scrivere.

Torno a sedere chiamandola frigida capra non troppo sottovoce e a quel punto chiama il preside che, a sua volta, chiama i miei genitori.

“Sua figlia ha chiamato l’insegnante capra frigida.” Mio padre sogghigna sotto ai baffi.

“È vero?” 

“Frigida Capra… Se vogliamo mettere i puntini sulle i”

Due giorni di sospensione.

Non ho vissuto bene quegli anni. Mi chiedevo se per caso fossi nata sbagliata dalla mattina alla sera. Mi veniva la nausea a prepararmi ogni giorno per chiudermi in un edificio a comportarmi come non mi era naturale studiando cose che non mi interessavano.

Una cosa ho imparato da quella scuola. Se mai avessi messo piede in una struttura alberghiera sarebbe stato solo ed esclusivamente come cliente.

In gita a Parigi ero seduta a fianco delle uniche due compagne di classe che mi erano amiche e che appena diplomate sono venute a vivere a Londra con me. Ancora oggi sono due delle persone più care che ho al mondo.

Ci sono stata anche un’altra volta, a Parigi.  Era il periodo in cui facevo la spogliarellista in Nuova Zelanda. Guadagnavo molto bene e decisi di venire a farmi un giro in Europa, e andare a trovare Sonia, una mia compagna di università, che all’epoca viveva qui. La portai al Moulin Rouge a bere champagne in prima fila e spiare come se la gestivano le colleghe francesi.

Da sola non ci ero mai stata.

Ora ho un appartamento a mia disposizione a un centinaio di metri dall’Arc du Triomphe e ne approfitto per riposarmi e passeggiare.

Passo sotto alla torre Eiffel. Ci vorrei salire ma forse… Non ne ho voglia. Non vedevo l’ora di poter finalmente visitare Parigi da sola eppure sono improvvisamente assalita da un misterioso senso di nostalgia. Forse nostalgica di un amore appartenente a un’altra vita, forse è l’effetto di tutti i film romantici girati nella capitale francese. Forse nostalgica di qualcosa che ho sempre sognato e non ho mai avuto. Forse Parigi, che nell’immaginario di tutti rappresenta l’amore, non ha senso senza amore. 

Ovunque mi giro ci sono coppie di asiatici che si sposano. Tuffo nei luoghi comuni ma sembrando tutti uguali inizialmente penso che siano sempre gli stessi che si spostano velocemente da un lato all’altro della città. Solo quando ne vedo tre coppie contemporaneamente mi rendo conto che sono tantissimi.

Forse per Parigi, magari non un marito, ma almeno un fidanzato serve. 

Torno da Falkor, mio fedele compagno di viaggio e riprendiamo a pedalare…

Paris, 27/05/2016