Non ho nessuno che mi ospita a destinazione e onde evitare di scrivere numerosi messaggi disperati cercando una connessione provo un nuovo approccio: «Qualcuno conosce qualcuno a Palma di Montechiaro?», scrivo sui miei social.

Funziona. Uno sconosciuto risponde mettendomi in contatto con altri sconosciuti, i quali gestiscono l’ufficio della Proloco locale. E l’ufficio della Proloco di Palma di Montechiaro è proprio dentro al Palazzo dei Tomasi di Lampedusa. Dormirò sul pavimento solcato da Giuseppe mentre andava avanti e indietro immaginandosi nuovi drammi per il suo Gattopardo.

 

Una volta arrivata vengo subito scortata al Comune per partecipare a una riunione col sindaco. Si presenta: «Lei e la sua associazione potrebbero aiutarci, in quanto oggi parleremo della possibilità di sviluppare sentieri per fare trekking nella zona». Distorsione da telefono senza fili. Telefono-casa. Sotto ai riflettori nella sala consiliare spiego che non sono un’associazione, ma che ho semplicemente deciso di girare l’Italia a piedi, da sola, senza soldi e raccogliendo sogni.

Il mio collo improvvisamente si allunga di una ventina di centimetri, la mia pelle diventa verde e rugosa. Assumo le sembianze di E.T. Almeno credo, a giudicare dalle reazioni di chi mi osserva. Un fulmine di curiosità e terrore attraversa lo sguardo dei presenti che cercano invano di mantenere un posato decoro. Smaltito lo shock iniziale, inaspettatamente iniziano a piovere sogni. A volte un pizzico di follia e un gran sorriso sciolgono anche le coltri di perbenismo più spietato.

 Ballo con Alain Delon tutta la notte. Le ossa scricchiolano dentro al corpetto che mi allarga il seno e stringe la vita. “Saranno anche belli questi vestiti, ma sono di uno scomodo”, penso mentre apro gli occhi e le anche graffiano il pavimento. Stavo sognando, accipicchia e mi sono svegliata prima del fatidico bacio!

 Albeggia e la pioggia annaffia l’asfalto. Il mio materasso non è altro che un tappetino da yoga e forse se l’avessi usato per il suo vero scopo ora mi sentirei più riposata. Camminare mi rimetterà in sesto. Sto iniziando a sentire i muscoli nei polpacci esistere e la schiena rafforzarsi. Tutti i miei piccoli acciacchi sembrano spariti e anche i dolori mestruali questo mese si sono dimenticati di presentare il conto. Sento tangibilmente che quando cammino sto bene. Apparentemente, camminando il mio corpo produce endorfine, le quali danno euforia, oltre ad avere un effetto analgesico.

scarpe da riposo e da trekking, cambio gomme ogni 15 km

Riprendo la strada volentieri, nonostante il tempo incerto. Il prossimo grande centro sulla rotta verso lo stretto è Licata.

Tramite le ormai consuete magie di Internet trovo un prete che mi ospita nella sagrestia. Non potrò farmi la doccia, dovrò dormire per terra e lui è disponibile a lasciarmi le chiavi, ma poi ha impegni. Finalmente mi sento una vera pellegrina. Mi è andata fin troppo bene, per ora. Letti, palazzi, cibo in abbondanza e docce calde quasi tutti i giorni. Sono pronta ad adattarmi!

Un’altra macchina si ferma per offrirmi un passaggio. Ho smesso di contarle. Dovrei scrivere in grande sullo zaino che non salgo in vettura, così eviterebbero di fermarsi. Ciò nonostante mi dispiace che si fermino ad aspettarmi per poi raggiungerli e rifiutare, così corro verso di loro per risparmiargli qualche inutile manciata di secondi fermi sul ciglio della strada.

Questi ultimi sono una giovane coppia, facce simpatiche, vanno a Licata. Mancano una quindicina di chilometri circa, chiaramente non sono dei malintenzionati, a piedi Licata è lontana e la strada a scorrimento veloce brutta. Basiti al mio rifiuto. Perché non salgo? Spiego velocemente il mio progetto. Si guardano con sguardo complice: «Che figata!», esplodono all’unisono. «Devi venire da noi, gestiamo una radio, abbiamo un locale e stasera c’è una serata di musica dal vivo, abbiamo tanti sogni da darti, ti offriamo da bere!».

Ci penso per circa mezzo secondo… «Ok!». Lo Spirito Santo può aspettare, avrò sicuramente altre occasioni per dormire per terra da sola in una sagrestia senz’acqua.

Alessio e Sabrina mi lasciano i numeri di telefono, ci vediamo a Licata.

Mi allontano dalla strada a scorrimento veloce e passo dal mare, un mare nero e incazzato, con il vento che orchestra i canneti componendo una funesta colonna sonora per i paesi completamente deserti che attraverso. Mi sembra di essermi risvegliata dopo l’Apocalisse e per qualche lunghissimo attimo ho paura di essere l’ultima forma di vita rimasta sulla Terra. Un condominio color ospedale è crollato per metà, sezionando le stanze ancora ammobiliate, crocifissi e quadri ancora appesi, una caffettiera sui fornelli, fette di vita vissuta trasformate in cibo per corvi. Un cartello con la scritta GELATI gira sordo nel vento, e un cane randagio lo osserva stupito.

Sono entrata nella scenografia di uno spaghetti western o di un film dell’orrore? Vedo il mio dito tremare premendo l’otturatore della macchina fotografica. Inconsapevole ho già scelto la seconda opzione, ma lo scenario è spaventoso quanto fotogenico. Purtroppo la paura vince sulla voglia di fotografarlo, infilo velocemente la macchina fotografica nella custodia e inizio a correre.

Dopo qualche chilometro incontro una chiesetta, ci entro cercando conforto e refrigerio.

   C’è un signore, presumo il catechista. Parla a dei bimbi della comunione. «L’ostia è il corpo di Cristo! Lo so per certo perché la settimana scorsa ce le hanno rubate per farci delle messe nere!». La sua tesi mi sembra provare più l’esistenza del demonio che quella del Cristo in uno strato di acqua e farina. I bambini lo ascoltano silenti, con gli occhi grandi pieni di terrore. Forse stavo meglio cinque minuti fa, unica sopravvissuta all’Apocalisse.