“Yes, we are sailing!”

Per un po’ non sono riuscita a scrivere. Il mio obbiettivo principale era riuscire a tenere le mie interiora nello stomaco. Ora va già molto meglio a bordo della maybe…

Siamo facendo un “delivery” (consegna), stiamo portando la Maybe in Portogallo, dove verrà restaurata per bene. Avevano disperatamente bisogno di equipaggio, quindi hanno preso volentieri anche un inesperta come me. Non ho dovuto pagare nulla per salire a bordo, ma non posso aspettarmi una vacanza: sono solo due braccia in più.

La Maybe è un imbarcazione lunga 68 piedi, in legno di tek, di ben 87 anni. Si chiama così perché il costruttore nel 1929 chiese ai suoi figli di suggerirgli un nome. Loro incuriositi lo riempirono di domande, ma questo funziona? Forse… E quello? Forse… Rispondeva Il padre insicuro della sua opera, e cosí i figli decisero che il nome più appropriato fosse proprio un forse: Maybe. Certamente si doveva trattare di un uomo molto umile, dato che dopo quasi un secolo la sua imbarcazione ancora fende onde a 11 miglia orarie con gran classe.

Siamo in 8 a condurla da Gosport, in Inghilterra al porto di Alvor, nel Sud del Portogallo. Tempo di navigazione stimato: circa una decina di giorni, ma ho la sensazione che potremmo arrivare prima. Abbiamo avuto i venti dell’Est a favore fin dall’inizio. Decisamente a favore! Siamo partiti con le vele gonfie da una forza 6, che è poi cresciuta fino ad 8, insieme al mare e ai cavalloni di tre metri. Per tre giorni e mezzo abbiamo viaggiato a più dell’80% della nostra massima velocità, senza accendere mail il motore, prendendo acqua anche sotto coperta ma ci siamo ritrovati in Galicia in tempi record. Il capitano stesso ha ammesso di non aver mai fatto una traversata cosí veloce. Una bella sfida per una che non era mai uscita dal porto di Dublino.

Avendo un equipaggio ridotto al minimo i turni sul ponte sono piuttosto estenuanti. Siamo suddivisi in 3 formazioni da 3-3 e 2 (nel mio gruppo siamo io, Seb e Jonathan) e ogni 4 ore ci diamo il cambio. Ogni tot. turni da quattro ore ne facciamo uno di due per fare in modo di non ripetere sempre gli stessi, e così nel giro di pochi giorni si finisce per farli tutti. Il mio preferito è quello dalle quattro alle otto di mattina.

Se si è abbastanza fortunati nel giro di poche ore si vedrà la luna crescere e colorarsi di rosso per poi nascondersi dietro a uno scuro sipario d’onde vellutate. Ma spesso il sole si sta ancora preparando dietro alle quinte prima di sbucare ad Est ed occupare il palcoscenico, e per un lungo frangente si può godere del buio della notte, delle stelle cadenti che si tuffano in mare una dopo l’altra e di quelle che rimangono su a farci da punto di riferimento quando siamo al timone. È necessario mantenere alto il livello di concentrazione ed eseguire gli ordini a qualsiasi ora del giorno e della notte ma navigare da enormi soddisfazioni. Ci sono mille cose di cui preoccuparsi, tra aggiornare il diario di bordo ad ogni ora, mantenere la rotta senza distrarsi, fare in modo che le vele siano costantemente manovrate in base al vento che cambia soffio e inclinazione in continuazione e se non si è di turno sul ponte allora c’è da cucinare e tenere la coperta pulita e in ordine. Ma fondamentalmente noi siamo soli i sette tentacoli vigili e operosi della mente del capitano, che è sveglio anche quando dorme e che come un esperto maestro d’orchestra ci dirige con forza e con amore.

Dopo qualche giorno in mare tutti i “problemi” della terra ferma sembrano essere lontani anni luce, l’importante è evitare collisioni e stare a galla.

È incredibile come 8 completi sconosciuti debbano imparare a vivere in totale simbiosi in poche ore per il successo del viaggio e la sopravvivenza di tutti.

La “salute” dell’imbarcazione viene per prima. (Se la barca affonda non ci sarà più ne equipaggio  ne viaggio) poi quella del prossimo (tutti sono altrettanto importanti nella vita a bordo, dal capitano a chi taglia patate e dobbiamo assicurarci di essere una “famiglia” funzionale e funzionante e tenere il meccanismo di inter relazioni tra noi ben oleato)  e infine la nostra, di cui noi stessi siamo gli unici responsabili. Questa regola non scritta mi ha fatto pensare che se forse riuscissimo a vedere il pianeta intero come una barca che galleggia nello spazio e lo trattassimo seguendo il dogma che domina la vita in mare potremmo un giorno vedere uno spiraglio verso la redenzione del genere umano. Non parlo di redenzione dal peccato originale ma dalle coltellate infinite con cui trafiggiamo la terra sfondandola d’inquinamento ogni giorno.

All’inizio non sapevo se fossi stata fortunata a trovare compagni di viaggio come quelli che ho trovato, pensavo forse regni sempre totale armonia tra l’equipaggio ma solo alla fine Chris il capitano mi ha svelato che con un gruppo come il nostro sarebbe andato in capo al mondo, facendomi arrossire ed umilmente emozionare dalla consapevolezza di esserne stata parte.

Chris, è basso, agile, quasi pelato, 66 anni di cui ne dimostra solo 5 decine, occhi color ghiaccio con la pupilla destra molto più grande di quella sinistra (dice che dopo essere stato colpito da una frustata di randa in un occhio gli è rimasta cosí) che inevitabilmente fanno sembrare l’altra molto più piccola, alla Marylin Manson diciamo. Se la frase: “Non ci sono più gli uomini di una volta” avesse un senso, ecco lui sarebbe uno di loro.  È risoluto, di quelli che usano le orecchie e la bocca di cui siamo dotati esattamente nelle stesse proporzioni (2 a 1) e quelle rare volte che parla con tono sempre pacato e ragionevole lo si ascolta attentamente. Vive in mare da quando ha 14 anni. Mi sento sicura ad essere capitanata da lui nonostante sia sballottata da un lato all’altro della Maybe da colline d’acqua in un mare di cui non conosciamo nemmeno più la profondità dato che dopo una certa, i sensori di bordo non la rilevano più. Pura follia a pensarci bene, eppure Chris la rende normale ed accettabile anche per un piccolo rinoceronte come me, per cui l’equilibrio anche con le zampe a terra non è mai stato il mio forte. Solitamente preferisce capitanare imbarcazioni di ricercatori verso il circolo polare Artico, ma alla fine, come tutti, fa un po’ tutto quello che gli passa per le mani e la Maybe gli piace tanto.

Seb, 19 anni e quello che però la conosce meglio, avendoci lavorato come istruttore per aspiranti velisti tutta l’estate. Seb ha la certezza di voler diventare un uomo di mare. Sapere cosa si vuole prima dei vent’anni è un lusso per pochi e lui si sta già dando molto da fare per realizzare il suo sogno. Credo Seb sia il diciannovenne più maturo che abbia mai conosciuto. Non parla poco, anzi è spesso lui a interrompere i lunghi silenzi quando di turno sul ponte insieme a me e Jonathan ma non gli ho mai sentito dire una stupidata. Capelli fino alle spalle, di un castano venato di biondo. Alto, magro, occhi blu e un accenno di baffetti che credo non veda l’ora possano marcare la sua virilità ancora in fasce e due marcate fossette sulle guance scavate. Un bel ragazzo, solare, disinvolto e incredibilmente aggraziato nei movimenti. Tra le cime disordinatamente ordinate del ponte sembra di vederlo ballare mentre le tira e le annoda cantando ordini a destra e a manca. Se fallisse in mare me lo vedrei benissimo su un palcoscenico o sul grande schermo. Un paio di pantaloni rossi scoloriti dalla salsedine e la maglietta verde dell’equipaggio, sempre a piedi scalzi a  saltare sopra ai suoi spessi calli o coi piedi infilati dentro due calze mai dello stesso colore.

Seb si è portato dietro Isac, anche lui diciannovenne ma riservato, ottimo chitarrista e mai salito in barca a vela in vita sua. Isac è il capro espiatorio di ogni “male”. Si apre il frigorifero e ogni tipo di ben di dio vola da un lato all’altro della sala da pranzo: Isac cos’hai combinato!?!? Pigliamo una boa che si va ad infilare nella turbina: Isaaac!!! C’è la nebbia? Isaaaac e i suoi occhi dolci si nascondono trai dreadlock biondi e s’intravede un sorriso imbarazzato.

Ben è ancora più giovane e se possibile ancora più timido. 18 anni, era già stato sulla Maybe tra gli studenti di Seb, l’estate scorsa e non ha smesso di sognare il mare da allora. Lavora in un supermercato e ha una certezza: vuole viaggiare. Ho una profonda ammirazione per questo ragazzino impacciato. Se a Seb viene tutto naturale, lui si deve impegnare 100 volte tanto, ma non per una questione di intelletto, se non di spigliatezza. Ha vomitato 12 volte da quando a bordo ma non ha mai perso un turno. L’ho anche visto vomitare al timone senza fottere la rotta. Non gli verrà naturale comunicare con sconosciuti ne rimorchiare la prima che capita ma conosce la capitale, la morfologia e la storia di ogni nazione al mondo, parla spagnolo non essendo mai stato in Spagna e soprattutto ascolta ed assorbe come in ben pochi sanno fare. Non chiedetegli però di cucinare perché è capace di immergere gli spaghetti nell’acqua ancora fredda. Credo che se non riuscirà ad uscire dal suo guscio sarà uno splendido fiore nascosto per che avrà la fortuna di scovarlo. Se ci riuscirà invece state attenti perché Ben prima o poi potrebbe fare il culo ad Indiana Jones, James Bond e anche l’uomo Tigre. (Forse con l’uomo tigre ho esagerato…)

Poi, tra i più esperti della ciurma ci sono Dominik, Luke e Jonathan. Il primo croato, alto, altissimo, due metri d’uomo. Estremamente utile quando si tratta di raggiungere cose imprendibili, quando i cavi delle nostre luci di navigazione improvvisamente si bruciano –essendo ingegnere elettronico- e soprattutto quando si cerca una risata inaspettata. Anche Dominik non è un chiacchierone ma ha un senso dell’umorismo sottile e tagliente, ascolta molto, sembra sempre interessato e serissimo a scrutarlo da fuori, ma ora che lo conosco un po’ meglio so che quella serietà apparente rispecchia la concentrazione spesa alla ricerca della prossima minchiata da sparare sul ponte. Ne spara di talmente potenti che è sempre meglio attaccarsi alle corde di sicurezza per non cadere fuori bordo dalle risate.

Luke, dopo Chris è certamente il più capace a bordo, 25 anni ma già “Master of the Ocean”, sempre sorridente, sempre pronto a spiegarti con calma cosa fare e anche il perché ma senza mai assumere atteggiamenti arroganti o paternalistici. Umile, gentile, dal sorriso buono.

Poi c’è Jonathan, il mio ragazzo, di cui ho già scritto tanto ma che per il momento preferisco tenere per me, forse per scaramanzia o per riservatezza.

E infine ci sono io, e per quanto sia difficile parlare di se stessi, credo che i miei compagni di viaggio possano avermi apprezzata per la mia ottima cucina (sia italiana che asiatica) la risata contagiosa e si possano essere divertiti a vedermi scorticare le ginocchia quando troppo impaurita per stare in piedi mi spostavo a quattro zampe sul ponte senza però mai rifiutare un comando.

Col senno di poi credo che il mio battesimo di fuoco su questo mare incazzato sia stata una benedizione travestita da mal di mare. Ora la scala della forza dei venti ha un significato. 8 non è più solo un numero con di fianco una foto su una tabella ma 8 è sinonimo di non riuscire a star sotto coperta senza vomitare se non si sta sdraiati. 8 vuol dire guardia e sonno e poco altro: cucinare, fare la doccia o bersi un the caldo diventano delle vere e proprie missioni impossibili e ci si stanca molto rapidamente. Se di guardia, con l’aria in volto va tutto molto meglio ma stare al timone sfonda le braccia e mantenere la rotta quando la prua sbarella di trenta gradi per volta richiede un certo grado di fiducia nelle proprie capacità, che spesso ho sentito venir meno per passare il timone a i miei compagni e allora dovermi dirigere verso la prua agitata, anche di notte, ad aggiustare le vele (spesso appunto a quattro zampe).

Sulla famosa tabella siamo arrivati fortunatamente solo a due terzi e tutto quello che viene dopo, per quanto terribilmente affascinante, preferisco immaginarlo.

Il tempo e il capitano, proprio in questo ordine, sono gli unici a decidere di questo viaggio e dopo poco ho capito che fare domande sulla tabella di marcia o eventuali tappe serve solo a dare aria ai polmoni. Non stiamo facendo una crociera e l’unica data che dobbiamo rispettare è quella d’arrivo  ad Alvor entro il 16, altrimenti la marea sarà troppo bassa per entrare in porto. Per il resto non importa quante e quali tappe faremo, se le faremo. 

La prima sorpresa arriva dopo i primi estenuanti tre giorni quando Chris, felice della nostra velocità e del vento favorevole decide di fare una prima tappa in Gallizia, per darci tregua. Attracchiamo a Camariñas, una piccola cittadina di mare con un porticciolo pronto ad accoglierci e un ristorante casereccio alla marina pronto a frigger calamari e polipetti. Il problema è che appena appoggio i piedi sulla terra ferma scopro di soffrire di “mal di terra”! (Ma che minchia è il mal di terra? Appunto… ) La mia ipotesi è che tutte le parti del nostro organismo addette all’equilibrio, dopo un certo periodo di tempo in barca,  si adattino al moto ondoso ed inizino ad ondeggiare anche loro allo stesso ritmo ma che una volta scesi non se ne accorgano immediatamente e continuino ad oscillare procurando una sensazione di stordimento poco piacevole e nauseante.

Non riuscendomi a godere le ore a terra finisco per non vedere l’ora di ripartire e fortunatamente il giorno dopo torniamo in mare ma ora è cambiato tutto. Il vento che ci ha spinto senza smettere di soffiare un attimo si è completamente addormentato e dobbiamo accendere il motore per continuare a ridiscendere la costa occidentale della placca europea. La temperatura sale improvvisamente, tutto condensa e ci ritroviamo a galleggiare in una nuvola di nebbia fittissima. Cala il silenzio e sale la concentrazione, 16 occhi sgranati sul ponte a cercare di scorgere qualsiasi cosa che possa collidere con il nostro vascello, dalle boe, agli scogli, ad altre imbarcazioni. Sì perché sul nostro radar compaiono solo quelle dotate di AIS (automatic identification system) a segnalare la loro posizione ma non c’è l’obbligo di averlo per le imbarcazioni piccole, o averlo acceso per quelle militari o di volerlo acceso per quelle invischiate nel malaffare.

Il capitano suona una specie di tromba metallica ogni paio di minuti per fare in modo di farci sentire se non ci si può vedere. La vista presto si stanca a scrutare questo soffice muro bianco e inizia a disegnarci puntini colorati che saltano da un lato all’altro del bulbo oculare come fosse carnevale e solo quando l’ombra scura di una nave cargo ci sovrasta rimaniamo stupiti, inerti e impotenti a guardarla scomparire dal nulla a pochi metri da noi, esattamente come è apparsa, come un fantasma nero che questa volta ha deciso di non ingoiarci. Il sudore freddo si amalgama con le gocce di condensa sulla fronte anche del capitano che aveva già deciso di fermarsi nel porto più vicino per la notte. Navigare in queste condizioni è troppo pericoloso.  Con l’avvicinarsi delle tenebre inizia a diventare difficile vedere da un lato all’altro dei 68 piedi di lunghezza della Maybe, la mappa del porto di Baiona che abbiamo sul nostro GPS non è stata aggiornata e non corrisponde alla realtà ma con calma, molto lentamente, lasciando poco margine d’errore ci avviciniamo a sufficienza per visualizzare un attracco libero e ormeggiare.

Siamo moralmente obbligati a scendere e a berci una birra con il nostro capitano per cui tutti nutrono una crescente ammirazione.

Alla prime luci del mattino la spessa coltre di nebbia che ci aveva completamente avviluppato è già sparita e s’intravede un arcobaleno a 180 gradi all’orizzonte. Non durerà molto perché presto salirà un vento questa volta a noi contrario e insieme a lui pioggia a catinelle.

I turni di guardia sotto la pioggia sono i più duri. Siamo tutti dotati di salopette e giacche impermeabili ma inevitabilmente ci si finisce per bagnare lo stesso, si parla meno per non riempirsi la bocca d’acqua, anche le battute di Dominik diventano perle rare e le 4 ore  sul ponte diventano un interminabile sbirciare l’orologio per vedere quanto manca. L’unica cosa che aiuta a far passare il tempo in questi lunghi attimi bagnati è la musica e fortunatamente anche in questo ambito c’è una buona armonia tra l’equipaggio. La nostra guardia in particolare spazia da raggae d’annata a blues d’autore, intervallato da qualche pezzo funk e i soliti “sea shanty” che ho già imparato a memoria ma che mettono sempre di buon umore facendoci automaticamente cantare tutti insieme senza nemmeno gli sguardi d’intesa che solitamente anticipano una cantata di gruppo.

Insieme al buon umore torna il sole e lo splendore della costa dorata dell’Algarve. I delfini si accostano a viaggiare con noi fino all’arrivo. Arrivano in gruppo si piazzano a prua e quasi magicamente si spostano alla nostra stessa velocità senza che il loro movimento sia percettibile dall’occhio nudo, a volte giocano, s’incrociano, saltano e si mettono a fare acrobazie. Sembra che sorridano sempre. Anche se Douglas Adams scrive libri fantascientifici, l’idea che possano essere più intelligenti di noi non è del tutto illogica. Come ho comprovato nel mio viaggio in Italia piedi e come Terzani stesso conferma quando i Khmer rossi pronti a fucilarlo esitarono e cambiarono idea: il sorriso è l’arma più disarmante di cui siamo a disposizione. Ma sembra che noi umani ne siamo tuttora consapevoli, i delfini sì.


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Hai la scimmia del viaggio?

Ottimo! a presto amico!