Terra!!! Da lontano i primi segni di terra sono gli uccelli, poi l’aumentare delle alghe e infine di notte s’iniziano a vedere le nuvole in lontananza colorarsi d’arancio sopra all’oceano, e appena sorge il sole finalmente eccola! Verde, rigogliosa spuntare dalle acque in tutta la sua solidità. Martinica, come l’hanno vista per primi gli indigeni che arrivarono dal continente (prima gli Arawaks e poi i Caribs), poi i conquistatori che li  hanno sterminati, poi gli schiavi portati dai conquistatori e ora i turisti che vanno a godersi quest’enorme colonia francese come se l’isola intera fosse un grande Club Med.

Cornelius, il proprietario dell’Avontuur, ha dato l’ordine di ormeggiare alla marina per procedere alle riparazioni di cui il nostro vecchio schooner ha disperatamente bisogno ma il capitano si rifiuta di seguire il comando -secondo noi, l’equipaggio, completamente scoraggiato dalle sue capacità, perché non è in grado di realizzare la manovra- e àncora a più di tre miglia dalla costa, costringendo l’equipaggio a rimanere a bordo a fare i turni di guardia all’ancora. Fortunatamente , da oggi, non ne faccio più parte.

Sergio leone diceva di Clint Eastwood che aveva solo due espressioni: con o senza cappello. Del nostro capitano potrei dire lo stesso: faccia da pirla con bandana o senza. Delusa dal non poter festeggiare l’arrivo con gli altri membri della “crew” carico la bici sul dinghy e saluto tutti col groppo in gola. Tra molti di noi si era instaurata un armonia naturale come il moto ondoso e una solidarietà silenziosa, abbracci forti, pacche sulle spalle, auguri di buon viaggio, per gli uni e per gli altri. Io e Jonathan promettiamo di ubriacarci anche per loro, stasera a terra e di alzare il calice verso di loro ad ogni brindisi.

Piedi sul molo di St. Anne. Mi aspettavo di essere travolta da un attacco di mal di terra dopo cinque settimane in mare ma sta volta sto bene e la missione per stasera è solo una: birra! Oggi dove dormiremo e il futuro non hanno alcuna importanza, siamo liberi e abbiamo attraversato l’oceano solo grazie alla forza dal vento, due ottime ragioni per lasciarsi andare.

Cal casco ci si ripara anche dai cocchi! #theneverendingroad #coconut #travelhard #travel #travelblogger #travelwriter #bressanbike

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Wieber, il primo ufficiale, un simpatico olandese, ci scorta fino al primo bar, si scola un paio di birre alla goccia e torna a bordo di corsa. Per me e Jonathan sono solo le prima di una lunga serie. Poco dopo, rapito dal nostro animo in festa, si unisce a noi un arzillo signore tedesco, 67 anni portati benissimo. Si chiama Micheal e, da solo, sta girando il mondo in barca a vela da due anni e mezzo.  Ha tante storie da raccontare e fino a quando non siamo in tre a barcollare sulle sedie del bar rimaniamo affascinati ad ascoltarlo. Micheal è stato ovunque, vive della sua pensione, e quando ha voglia di tornare ha una moglie che lo aspetta a braccia aperte! Ci offre da dormire sulla sua barca, chiediamo al proprietario del bar a cui abbiamo svuotato il frigorifero di parcheggiare le bici all’interno del locale. Nessun problema. Non abbiamo nemmeno fatto in tempo a scendere che siamo nuovamente sul dinghy a remi di Micheal che ci porta a zig zag sulla sua barca d’alluminio di 10 metri, la Sinus.

Finora ho navigato solo su velieri e sono felicissima di salire una barca a misura d’uomo. Uno solo: Micheal è in completa simbiosi con la sua barca, ne conosce ogni angolo, ogni centimetro è attentamente studiato per essere il più pratico e funzionale possibile. Ha un computer di bordo, connessione satellitare, un sistema per lasciare che sia il timone guidato dal vento a riempire le vele anche quando lui riposa, una corda galleggiante per potersi tuffare in mare a nuotare ogni giorno senza perder la sua Sinus. Una barca al guinzaglio, in mezzo al mare.  Micheal, che ha una bella abbronzatura dorata e una pelle invidiabile per la sua età, dice che ha smesso di ricoprirsi di creme solari da anni. Quando vive in mare non utilizza acqua dolce ne prodotti chimici per lavarsi, semplicemente si fa una bella nuotata ogni giorno senza sfregarsi la pelle, la quale crea uno strato protettivo che lo protegge naturalmente dai raggi solari e, anche dopo mesi, lo mantiene pulito e inodore.  Se un giorno avrò una barca, e ora inizio a sognarlo sempre più, la vorrei come la sua. Se un giorno avrò una vita in mare la vorrei come la sua. Gestibile, semplice, senza fronzoli ne sprechi ma cazzutamente pragmatica.

Il giorno dopo nonostante i postumi della sbronza ho gli occhi aperti alle sette di mattina e i piedi che scalpitano dalla voglia incontrollabile di risalire in sella ed esplorare l’isola! Mi scolo un paio di cocchi al volo per rialzare i livelli di potassio e riequilibrare l’organismo velocemente e monto sorridente su Falkor.

La Martinica ha più o meno la forma di una medusa, partiamo all’alba con l’intenzione di esplorarne la testa. Praticamente non esiste pianura e le strade principali sono autostrade molto trafficate e senza spazio per noi ciclisti quindi subito dopo Fort De France lasciamo perdere le arterie principali e ci perdiamo senza una meta ben precisa nelle stradine interne. Dopo diversi chilometri in salita riusciamo a scorgere in lontananza il profilo del famoso vulcano Pelée immerso in una spessa coltre di nubi scure cariche di pioggia. Dopo aver letto la storia del vulcano ne sono allo stesso tempo affascinata e intimorita ma non ho nessuna intenzione di avvicinarmi ulteriormente alla vetta.  Si tratta di uno strato vulcano ad attività esplosiva- tipo il Vesuvio per intenderci- che dopo la sua ultima esplosione, a inizio del secolo scorso, ha lasciato un unico superstite, tale August Cyparis, uno che era stato rinchiuso  in una cella interrata a prova di bomba, la sera prima dell’esplosione per una rissa da ubriaco, per cui protetto  dalla nube piroclastica che fece fuori gli altri 30.000 in un colpo solo. St. Pierre, quella che chiamavano “La Parigi caraibica” fu completamente distrutta nel giro di poche ore. 

Bagnati dal sudore, la pioggia che cade a secchiate ogni paio d’ore e l’alta percentuale di umidità ci fermiamo nei pressi di una cascata a rinfrescarci e a sgranocchiare canna da zucchero e piccole, dolcissime banane. Il rumore rilassante dell’acqua che scorre e delle foglie al vento nella rigogliosa radura si mescolano alle note del sax di un ragazzo a cui piace usare la foresta pluviale come sala prove.

When in the jungle, Jungle! Jungle bells jungle bells! #jungle #junglebells #roundtheworld #cyclingphotos #theneverendingroad #amazonas #amazon

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Per questo momento è valsa la pena attraversare un oceano.

Discendiamo sorridenti la parte orientale, con la brezza dell’atlantico nuovamente sul viso e siamo sorpresi dal tramonto sulla costa ora ripida e frastagliata e da un fortissimo odore di pollo alla griglia.  Non si discute oggi la tenda la piantiamo esattamente qui.

Il giorno successivo lo dedichiamo al Sud che è meno tortuoso ma ha spiagge mozzafiato.

Eppure nonostante gli splendidi paesaggi naturali e l’estrema gentilezza delle persone che incontro sento un profumo nauseante di baguette ovunque. Mai croccanti perché l’umidità non lo permette. L’essenza metaforica del colonialismo, un sogno che non funziona da svegli. Non mi sento ai Caraibi. Ho attraversato l’oceano intero e sono ancora in Francia. Una Francia più cara di quella europea, figlia, o ormai nipote di un amaro passato imperialista.

Passo dunque a concentrarmi verso la prossima missione: trovare un passaggio verso il Sud America.

Mi aggiro per la marina di Le Marin e conosco un sacco d’italiani che con quell’accento milanese stile “Zampetti” -ragazzi della terza c- se ne escono con frasi del tipo “Ue figa, son venuto giù con lo yacht del papi… ” e a cui non posso che rispondere “Ue figa son venuta giù in bici e con un mercantile a vela scassato di quasi cent’anni!”. L’antipatia è reciproca.

La situazione passaggi al momento è grigia, si possono facilmente trovare verso altre isole ma nessuno si azzarda ad andare a Sud di Trinidad e Tobago per paura dei pirati che veleggiano al largo delle coste venezuelane. Panama è l’opzione continentale più verosimile ma in ogni caso tutti partiranno tra almeno un mese perché ormai sono pronti a passare le feste qui.  I veri lupi di mare semplici e alla mano come Micheal, evitano la Martinica o ci stanno il meno possibile considerato i suoi prezzi esorbitanti e la sua anima più francese che caraibica, e mia voglia di essere nuovamente confinata in uno spazio limitato con qualcuno d’insopportabile è agli sgoccioli.

Avendo considerato a lungo i suddetti fattori inizio ad esplorare un ipotesi che avrei preferito evitare ma che ora sembra essere la più sensata: volare. Rimanere qui a sperperare tutti i miei averi fino a chissà quando in cerca di un passaggio è semplicemente stupido e nessun indovino mi ha mai detto che quest’anno sarò vittima di un incidente se prenderò un aereo.

Il volo più economico che trovo online è per Cayenne, Guyana Francese. 190 euro, si può fare! Soprattutto considerando che per andare in Bolivia dalla Guyana Francese la strada più diretta è l’Amazonia. Adoro le avventure improvvisate!

Ripassando da Fort de France conosco Gabriella, una ragazza italiana che si è appena trasferita qui. Ha letto i miei libri ed è stata felice di leggere le avventure di qualcuno in qualche modo simile a lei. I miei racconti le hanno donato speranza e non l’hanno fatta sentire sola in un Italia cosí statica e ottusa. Mi ha confidato che voleva farli leggere a sua madre per farle capire che lei non è pazza a voler viaggiare, a voler scoprire il mondo, a fidarsi del prossimo, o quantomeno non è l’unica. Sono veramente felice che nonostante non abbia l’aiuto di nessuno, nonostante sia un autrice indipendente e semi-sconosciuta la mia voce arrivi a tanti giovani che mi scrivono da tutta italia, ringraziandomi per dargli voce, ringraziandomi per averli aiutati a seguire i loro sogni, a fare la loro rivoluzione!

Il volo parte tra tre giorni e nel frattempo ci siamo fatti vaccinare contro alla febbre gialla e abbiamo trovato Viviane, una gentile couchsurfer che ci ospiterà nei pressi dell’aeroporto.

Viviane brilla di positività e ci accoglie in casa con un sorriso, invitandoci subito ad andare con lei a una festa dove si canteranno canzoni natalizie. Doccia veloce, pronti e via, sinceramente preoccupati per lo scoglionamento che una serata di canti di natale potrebbe voler dire. Ci piazza in mano un libretto con canzoni in francese e ci raccomanda di tenerlo pronto, perché anche noi dovremo partecipare, ordina imperativamente, senza possibilità di replica. Aiuto, un’esaltata cattolica. Pensiamo io Jonathan dicendocelo solo con uno sguardo. Saliamo in macchina, si ferma a comprare 4 bottiglie di coca cola. Oddio. E ghiaccio. Siamo fottuti!

Parcheggia e camminiamo insieme fino all’ingresso di un campo da calcio con dei capannoni montati all’aperto dove un signore ci mette un braccialetto giallo al polso. Con questo potremmo mangiare e bere gratis tutta la sera, dice Viviane.

Dice anche che siamo arrivati un po’ tardi, in molti sono lì dalle 4 di pomeriggio. Ora dobbiamo recuperare… Capisco cosa intende solo quando si avvicina al bancone e ordina 3 round di coca e rum uno dopo l’altro.

Dal lato opposto del capannone, intravedo tra le teste di un centinaio di persone che ballano scatenate una band che suona canti natalizi dal vivo a ritmo caraibico. A questo punto svelo a Viviane il terrore che pervase me e Jonathan quando disse “canti di natale”, si mette a ridere, “Beh certo, non mi conoscete!” urla impregnata di pioggia e sudore ballando e scolando rum come fosse acqua di fonte. Anch’io e Jonathan ci troviamo nel giro di un paio d’ore a ululare canti di natale in francese ballando. Viviane, dopo tutto questo, si rivela non essere nemmeno cattolica ma agli “chantè Noel” creoli parteciperebbe volentieri anche Satana in persona.

Torniamo a casa cotti, sporchi, sudati e felici dopo aver speso la serata a tema natalizio più memorabile dei miei 36 anni rimaniamo in compagnia della nostra gentile “host” a chiacchierare facendo le ore piccole.

Viviane è algerina ma è stata adottata da piccola da una famiglia francese e fa l’insegnante. Una cosa a cui non avevo mai pensato è che essendo francesi e, in realtà, europei, si può andare a lavorare senza problemi di visto in tutte le colonie effettive o collettività d’oltremare. In realtà sono proprio le colonie e le collettività francesi a cui uno non pensa mai e sono davvero parecchie! (Le colonie a tutti gli effetti sono: Guadalupa, Guyana Francese, Martinica, Réunion e Mayotte. Mentre le collettività d’oltremare -praticamente colonie ma con anche la possibilità di creare leggi proprie- sono: Polinesia Francese, Saint Pierre e Miquelon, Wallis and Futuna, Saint Martin e Saint Barthélemy. In più ci sono la Nuova Caledonia e l’isola di Clipperton a statuto speciale e alcune parti dell’antartico.)   Viviane ha preso la palla al balzo vivendo i suoi ultimi 14 anni anni tra Polinesia Francese, Nuova Caledonia e Martinica, dove ora pensa di stabilirsi in pianta stabile, essendo il suo compagno originario di qui.

L’indomani la gentilissima Viviane ci accompagna in un centro di spedizioni dove recuperiamo dei grossi cartoni per l’imballaggio delle bici e spendiamo la giornata intera a prepararci al volo. È incredibile come il trasporto aereo di biciclette non venga facilitato. Dovrebbero mettere dei ganci nella stiva come in treno, dove le bici possano rimanere appese e al sicuro da sballottamenti che la potrebbero danneggiare, invece sprechiamo un sacco di plastica e tempo per ripararne ogni parte delicata, seguendo passo dopo passo i consigli dei video su youtube su come imballarla. Dopo ore di lavoro siamo finalmente soddisfatti.

Per quanto odi volare oggi sono felice di farlo, via dalla Martinica, che a parte lo splendido paesaggio naturale, i colibrì e Viviane, non credo abbia molto altro da offrire se non un portafoglio presto completamente vuoto.

Hai la scimmia del viaggio?

Ottimo! a presto amico!