Sulla barca verso Manaus, mi viene in mente che c’era un famoso fumetto ambientato proprio nella capitale amazzonica: Mister No. Credo di sapere di lui solo per aver letto un episodio in cui s’incontrava con Dylan Dog, ma m’incuriosisco e non lascio cadere questo filo conduttore verso la città e mi metto a cercare su Google informazioni sul personaggio Bonelli e Manaus. Scopro che proprio in questi giorni un fotografo, tra l’altro di Domodossola -delle mie parti- sta risalendo il Rio delle Amazzoni, sulle tracce di Mister No. Sta collaborando con la casa editrice Bonelli per fotografare le ambientazioni del fumetto e quando arriverò a Manaus dovrebbe trovarsi proprio nei dintorni! Mi metto sulle sue tracce e non aspetto un minuto per  scrivergli, mi risponde in poche ore e fissiamo un appuntamento per la sera del mio arrivo in città.

Prenotiamo la stanza più economica di tutta la capitale amazzonica. 13 euro in due e presto capiremo come mai costa così poco.

La location è perfetta, la stanza anche pulita volendo ben vedere, ma senza finestre, il materasso e anche i cuscini sono ricoperti di cuoio sintetico e poi di federe perché più facili da pulire, i canali televisivi fanno vedere porno uno dietro l’altro e il tipo di clientela non è di quella che si ferma a dormire davvero ma, diciamo che è di passaggio… per intenderci. Non ci lamentiamo, è tutto pulito e ho dormito in luoghi ben peggiori di questo. Una bella doccia fresca e via a visitare la città a piedi. Non c’è miglior modo per scoprire una città sconosciuta che perdersi tra le sue vie, macchina fotografica, di umilissime fattezze, al collo. Manaus brulica. È una città di due milioni e mezzo di abitanti in mezzo alla foresta più grande del mondo. Deve aver vissuto momenti di enorme ricchezza coloniale grazie al boom della gomma e questi si rispecchiano in molti dei suoi eleganti edifici, per niente timidi nella scelta dei colori, alcuni  mantenuti e curati alla perfezione e altri abbandonati a se stessi, donandole un fascino decadente. Il teatro Amazonia in stile neorinascimentale in rosa antico spicca con le sue eleganti colonne bianche e la sua cupola, genialmente fuori luogo composta di mosaici dai colori vivaci che rappresentano la bandiera del Brasile. Brilla sotto al sole, che fa capolino tra le nubi cariche di pioggia, tipiche di questa stagione.

Sunset on the Amazon River #travelwriter #travelphotographer #travelblogger #travelblog #theneverendingroad

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Mi perdo tra le viuzze labirintiche del caotico mercato. Va per la maggiore l’açai, una specie di piccola bacca purpurea con cui ci fanno il frullato oppure la congelano per trasformarla in ghiacciolo o gelato. Non è particolarmente dolce, ha un sapore piuttosto terreno, simile a quello del taro o delle patate dolci, personalmente mi piace parecchio! Ai brasiliani, oltre all’açai piacciono tantissimo anche i microfoni e le casse altoparlanti. Ogni negozio, ogni venditore ambulante se ne trascina dietro uno per finire che per sentire quello che dice uno devi starci comunque piazzato davanti, azzerando il vantaggio del volume uno sull’altro, creando un vorticoso frastuono trascendentale.

Finalmente è arrivata l’ora dell’appuntamento con Gabriele, il fotografo -almeno credo che lo sia, perché in realtà non mi sono accorta di essere entrata in un nuovo fuso orario risalendo le amazzoni e non ho aggiornato l’ora- quindi mi tocca aspettare, ma ne vale decisamente la pena.

Con il fotografo Gabriele Croppi sulle tracce di Mister No #theneverendingroad #misterno #gabrielecroppi #sergiobonelli

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Quella che ci aspetta sarà una splendida serata in compagnia di Gabriele, Jonathan, Diego, l’argentino conosciuto sulla barca precedente, Filippo, un archeologo milanese che vive a Manaus da nove anni e Wagner, il couchsurfer che si era offerto di ospitarmi e un suo amico.

Prendiamo posto al bar Armando, sulle sue sedie di plastica rossa in mezzo alla strada davanti al teatro Amazonia. Il bar è decorato da enormi pupazzi di carta pesta che attendono il carnevale appiccicati al muro. Lubrificando le parole di abbondante cachaça Gabri mi racconta il percorso che lo ha portato ad essere qui, ora. Era già stato in Amazonia, per qualche mese, una quindicina d’anni or sono, tramite il contatto di un amico era riuscito a farsi scaricare da un piccolo aereo in un villaggio Indios e a vivere con loro per un mese intero (aspettando il prossimo aereo che viaggiava con frequenza mensile), cercando di conquistarsi la loro fiducia e portandosi dietro merci di scambio come sale e utensili. Il fotografo che ora lavora bene, sia insegnando che vendendo le sue immagini a riviste e gallerie d’arte si è portato l’Amazonia nel cuore e ha deciso fosse finalmente arrivato il momento di riviverla e per darsi un progetto da sviluppare durante questo nuovo viaggio di 4 mesi ha deciso di usare come filo conduttore Mister No. Contatta la casa editrice e gli propone il progetto che viene accolto con entusiasmo. Ogni venerdì infatti sul sito www.sergiobonelli.it viene pubblicato un racconto dal “grande fiume” con protagonista il pilota yankee, affiancato dalle foto di Gabri, che parallelamente racconta le sue avventure sia in maniera scritta che fotografica sul suo blog www.slowing.co

Per esempio proprio oggi è tornato da un avventura in barca alla ricerca di una città portoghese completamente abbandonata ed ingoiata dalla foresta. Una specie di Angkor wat moderno di palazzi neorinascimentali, che la foresta si sta divorando stavolta solo da una sessantina d’anni. (leggi la storia sul suo blog!)

Le sue foto sono in bianco e nero e ricche di contrasto, se viste di sfuggita possono sembrare infatti proprio dei fumetti disegnati a mano. Sboccia una bella sintonia con Gabri, che in questi giorni si sta facendo aiutare da Filippo, l’archeologo, che conosce la zona con le sue tasche. Filippo ha una storia altrettanto interessante. Anche lui è in qualche modo stato trascinato qui dal fumetto, che leggeva sempre da giovanissimo, laureato in letteratura a Bologna, approfondisce in suoi studi però in archeologia e avvera il suo sogno facendo proprio il lavoro che aveva sempre sognato esattamente dove avrebbe voluto.

Wagner, il surfer non parla una parola d’inglese ma con un po’ di spagnolo ci arrangiamo e mi fa vedere un video della strada da Manaus a Porto Velho. C’è un autobus impiantato in una ventina di centimetri di fango. In effetti avevo fatto un po’ di ricerche per il futuro percorso da seguire ed avevo scartato quella strada, costruita diversi anni fa, ma mai asfaltata, poco utilizzata e assolutamente impraticabile, nella stagione delle piogge. L’idea adesso sarebbe quella di arrivare in barca Porto Velho, da dove si potrà prendere una strada che sembra essere in buone condizioni, 325 km di pedalte fino a Guajara Mirim, un confine poco utilizzato per le attività legali e molto battuto dai contrabbandieri, ma dal quale si può comunque ottenere il visto boliviano, poi, da lì, abbiamo 3 opzioni.

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Apparentemente la strada boliviana da quel lato dell’Amazonia sarà difficile da pedalare in questa stagione e non credo che intraprenderla per poi renderci conto che sia impraticabile a metà strada e tornare indietro sia una buona idea dato che è lunga più di 1300 km.

Le altre due opzioni sono prendere una barca fino a un paese che si chiama Trinidad, ai confini della foresta e poi pedalare fino a la Paz. Da Trinidad sarà dura, perché tutta in salita ma prima o poi bisognerà farla, e poi la strada sembra sia in buona condizioni. Questa opzione sembra, per ora, essere l’unica certamente fattibile.

L’opzione invece che m’ispira di più ma che dovremo verificare è quella di pedalare dal confine fino a una città che si chiama Riberalta, non troppo lontana (90 km) e da lì cercare una barca per risalire il rio Beni che porta fino a un’altra città che si chiama Rurrenabaque, da cui la Paz è facilmente raggiungibile (ovviamente sempre con una grande salita, trovandosi a 3500m è inevitabile). Questa sarebbe una via più diretta, remota e meno battuta e Rurrenabaque pare sia una cittadina interessante, ma non abbiamo trovato nessuna informazione certa sull’esistenza di barche che risalgono questo fiume e ovviamente non ci sono strade alternative. Il fiume, da quanto intuibile vedendolo sulla cartina sembra essere piccolo, movimentato e ricco di anse, e suppongo paesaggi meravigliosi.

Magari arrivati in Bolivia sarò in grado di ottenere informazioni più precise.

Illustrando il programma ai miei simpatici compagni di bevute, immancabilmente si finisce a parlare della ferrovia del diavolo. 

Una delle ragioni principali del boom economico nella regione era appunto il caucciù, la gomma. Prodotta in abbondanza anche in Bolivia, ma alla Bolivia, dopo che il Chile gli aveva rubato lo sbocco sul mare nella guerra Pacifico (1879/83) mancava una via di comunicazione per l’esportazione. Dal confine Boliviano a Porto Velho, da cui il Rio Madeira inizia ad essere navigabile mancavano appunto circa 325 chilometri per completare la rete del trasporto della gomma boliviana all’atlantico e su incoraggiamento americano si iniziò il progetto ferroviario da Porto Velho a Gujara-Mirim.

I lavori finalmente iniziarono agli inizi del ‘900 e lavoratori dal Nord America, Scozia, Germania, Cina, India, Barbados e Granada arrivarono per prendere parte ai lavori non rendendosi inizialmente conto che si trattava di farsi strada tra la foresta vergine a colpi di machete, stendere i binari lottando con la veloce ricrescita della vegetazione e i frequenti allagamenti, il tutto in scarse condizioni igieniche, e abbondanza di malattie tropicali. Migliaia  (i dati variano dai 6000 ai 30.000) di lavoratori persero la vita per la costruzione della ferrovia, che proprio nell’anno che fu finalmente inaugurata diventò inutile perché la gomma sudamericana fu rimpiazzata da quella più a buon mercato asiatica e da quella sintetica. I treni viaggiarono per meno di un anno per finire completamente in disuso, e la strada che percorreva lo stesso tragitto fu finalmente completata, offrendo una rapida alternativa. Leggende parlano dei cadaveri dei lavoratori sepolti sotto ad ad ogni binario e le famiglie di chi si era trasferito a Porto velho per lavorare e morire sognano quantomeno queste vite non siano state perse invano e che i treni riprendano a funzionare.

Gabri un po’ m’invidia per poter andare a vedere ciò che resta della ferrovia e per gli scatti che potrò realizzare. Gli prometto che cercherò di fare del mio meglio! Ci salutiamo, consapevoli di aver tirato insieme un gruppetto degno di Mister No, qui nella sua città, e prima di salutarci Gabri, che si è accorto dell’incredibile somiglianza tra Jonathan e Esse Esse, il compare di bevute preferito del personaggio Bonelliano, ci chiede di potersi incontrare in mattinata per fare qualche scatto al mio compagno di viaggio. Serve ripetere che nulla, in viaggio,  accade per caso?

Io e Diego che non riusciamo però ad accettare che una tale bella serata sia già volta al termine, raccattiamo qualche altra birretta dal frigo del nostro bordello e ci accomodiamo sul balcone ad ammirare il via vai dei personaggi che frequentano le camere senza finestre dell’Hotel Fortaleza.

In mattinata mi alzo per andare al mercato locale a far la spesa di abbondante frutta e verdura per il prossimo viaggio in barca, il più lungo in Amazonia finora, 1200 km, quasi una settimana. Per quanto la cucina brasiliana sia ottima è veramente grassa, pesante e deficiente di vitamine. Tantissima carne e niente frutta e verdura, soprattutto considerando che hanno degli ananas spaziali, degli avocadi di cui il solo nocciolo è grande come gli avocadi europei, gustosissime papaye e manghi  dal sapore dell’arcobaleno.

Adoro i mercati locali con i loro colori e i loro odori spesso rivoltanti ma così vivi e veri. In questo rimango particolarmente colpita dalla quantità di pesce di fiume e dalle dimensioni che questi possono arrivare a raggiungere. C’è il testone di quello che identifico come un pesce gatto con la circonferenza di una grande zucca, dei veri e propri mostri di fiume. 

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Carico la spesa su Falkor, ci fermiamo a fare le foto di Esse Esse e a salutare Gabri, compriamo il biglietto (200 reais,  circa 65 euro, pasti inclusi) e pedaliamo verso a un porto che rimane un po’ fuori dal centro, cercando di non ripetere l’errore di alcuni viaggiatori che seguendo le indicazioni di google maps si sono ritrovati in moto in mezzo a una favela e son stati fatti fuori. Pace all’anima loro. Evitiamo di attraversare un quartiere fatto di palafitte colorate e sconquassatissime, e lo ammiriamo da lontano già sul ponte verso il porto. Pronti per una nuova avventura. Bolivia stiamo arrivando!

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Scatto di: Gabriele Croppi