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Licata. Una foto col cartello, io sorrido e lui rimane freddo come al solito. Chiamo Alessio e Sabrina. Stanno organizzando il bar per stasera, ma i loro amici sono stati avvertiti del mio arrivo e mi aspettano alla sede della radio. Una decina di ragazzi affittano il piano di un edificio, vogliono uno spazio comune e vogliono farsi sentire, così creano Radio Battente e si ritrovano giornalmente a parlare di musica, notizie e ancora musica. Mi ricorda la casa occupata in cui vivevo a Londra, grandi spazi disordinati riempiti da tante idee. Il mio nome è per loro impronunciabile e mi battezzano Belinda. «Belinda tra un’oretta t’intervistiamo!».

«A me?».

«Fidati di noi».

Non posso fare altro. Fiducia, un sorriso e lo spazio per un sogno nella mia scatola sono la mia merce di scambio.

C’è Claudio, un giornalista piemontese. Lavora per un’agenzia di comunicazione e lo fa online, quindi può vivere dove gli pare. Ha scelto Licata. Il costo della vita qui è più basso rispetto al Nord, il clima e la gente meno freddi. Luca e Nino, le altre due voci della radio, mi offrono tanti sali minerali al luppolo per placare il nervosismo della diretta. Non so come va l’intervista. So che ridiamo a ogni scambio di battute. Essere seduti con loro davanti ai microfoni o al bancone del bar dove andremo dopo non fa alcuna differenza, sono dei professionisti e mi fanno sentire a mio agio.

Raggiungiamo la bella coppia che mi ha intercettata. Chitarra, voce e sax vibrano tra le tende vellutate in un’atmosfera da bordello d’altri tempi. Il “corridoio Club” potrebbe benissimo trovarsi su una qualsiasi via di Lower Manhattan e non sfigurerebbe. Non scherzavano quando dicevano che mi avrebbero offerto da bere, e la capacità di rifiutare un drink dopo l’altro nel contesto bohémienne licatese viene meno.

Mi risveglio abbracciata a qualcosa che non è un cuscino. Respira e mi dà le spalle. Cerco di ricordare cosa sia successo ieri. Arrivo fino agli ultimi shot con Alessio e Sabrina, dopo è un buco nero. Non so nemmeno dove mi trovo. Il sole sembra già essere alto fuori, cerco di spiare i contorni del viso dell’uomo che sto abbracciando ma non indosso le lenti a contatto e il cerchio alla testa mi impedisce di alzarla dal cuscino. Oggi è domenica anche per me, ci riprovo tra mezz’ora. Si gira lui, lo spio velocemente prima di tornare a far finta di dormire. Magari nei prossimi minuti mi ricorderò cosa ho combinato ieri sera e assumerò un comportamento coerente.

È Claudio. Buona notizia. Claudio è carino. Adesso bisogna capire se c’è stato un coinvolgimento romantico. Sono vestita. Bene, un altro punto per me. Al limite avremo limonato. LIMONARE. Mi fa sempre ridere questa parola. Prima di farti beccare a ridere sotto ai baffi alzati, avrai un alito disinfettante, nel senso che ucciderebbe ogni tipo di batterio. Cerca di non ribaltarti mentre ti avvii alla ricerca di spazzolino, dentifricio e bagno.

Nel salotto entra un fascio di luce polveroso, ci sono foto di Nino, sarà casa sua. Abita coi suoi? Boh. Meglio muoversi senza fare casino.

Rinfrescata torno in camera, Claudio è sveglio, sono troppo imbarazzata per chiedergli cosa sia successo ieri e divago sulla casa. È la casa di campagna di Nino. Loro vivono qui, niente genitori. Benissimo. Nel giardino c’è una bella amaca, le tempie pulsano senza darmi tregua e mi ci addormento sopra nella pace di un caldo pomeriggio avviluppato dal profumo dei limoni.

Al risveglio sto decisamente meglio, racconto a Claudio di essermi spaventata ieri attraversando i paesini deserti che precedono Licata. Sono luoghi di villeggiatura, si animano solo d’estate, mi spiega gentile. Mi sarebbe piaciuto fare altri scatti laggiù. Si offre di tornarci insieme. Con lui ho la certezza di non essere sola al mondo e non ho più paura. Ci fermiamo al mare. Non so se l’ho già baciato, se gli ho promesso amore eterno o altro e ci limitiamo a guardare le onde infrangersi sul bagnasciuga. Siamo entrambi abbastanza impacciati per poterlo definire a suo modo un momento romantico.

Lo interrompo goffamente chiedendogli della mafia. A Corleone ho trovato i suoi spettri, a Cianciana mi avevano detto che non c’era ma che l’avrei trovata ad Agrigento, ad Agrigento mi avevano detto che era a Palma di Montechiaro, a Palma di Montechiaro mi dicono che l’avrei trovata a Licata. Sembra che sia sempre un passo davanti o dietro di me, o forse è come un assorbente. C’è ma non si vede, permeando tutti gli strati sociali, assorbendo la linfa vitale di tutti.

Anche Claudio non la vede. Mi spiega che la mafia campa di affari molto grandi e molto piccoli. Da una parte il controllo sulle droghe importate, e gli intrallazzi nei lavori pubblici. Dall’altra il controllo sul territorio fatto di estorsioni e rapine. Per gli affari grandi Licata non è il posto adatto, mancano i centri di potere economico e politico che diano ampi margini di guadagno. Per gli affari piccoli nemmeno, con un’economia in crisi c’è ben poco da estorcere e rapinare.

Dormiamo ancora stretti l’uno all’altra, alla fine si stava comodi, e ci salutiamo con un abbraccio innocente. “Chissà cos’è successo l’altra sera?”, mi chiedo mentre saluto lui e Luca.

Stanno salendo alla radio. Mi sintonizzo subito sulle voci dei miei nuovi amici e sulla strada. Credo questa possa diventare una piacevole routine.