Amici mi avvertono che la Guyana Francese sia ancora più cara della Martinica (quando dico cara intendo più cara della Francia, più cara della Svizzera e forse anche della Norvegia. Essendo una colonia a tutti gli effetti i francesi che ci vivono ma che sono nati in Francia vogliono consumare i prodotti a cui sono abituati a casa, quindi tutto quello che si trova sugli scaffali dei supermercati è importato! Esiste però anche un mercato parallelo a prezzi più bassi per i creoli che nella Francia europea non ci hanno mai messo piede e che sono felici di consumare prodotti locali e cucinare secondo le proprie tradizioni). A Cayenne non ci sono ostelli e gli hotel hanno prezzi esorbitanti quindi mi affretto a cercare qualcuno che ci ospiti a Cayenne per tempo.

Tale Pierre risponde al mio appello su “warmshower” e nonostante si scusi che non possa  ospitarci personalmente ci organizza un letto a casa di un amico e anche un passaggio dall’aeroporto alla casa, non volendoci far pedalare di notte su una brutta strada senza luci. Non smetto mai di stupirmi della gentilezze degli sconosciuti.

Dice ci sarà una ragazza bianca e magra di nome Christine ad attenderci all’aeroporto con un cartello con scritto il mio nome.

Sarà Jonathan a vederla per primo. Nonostante le bici siano arrivate sane e salve hanno perso il mio bagaglio e devo trattenermi a far la denuncia agli arrivi. Dicono che l’hanno localizzato e che arriverà tra un paio di giorni. Fantastico! Dentro c’è tutto quello che mi serve per questo viaggio, ovvero per la mia vita, quantomeno per i prossimi anni. Speriamo in bene.

Dopo diversi giorni a cercare un passaggio dalla Martinica verso il Sud America ed aver constatato che fino a dopo le feste non avrei trovato nulla e non potendomi permettere di rimanerci un'altro mese -essendo cara come il fuoco, avendo attraversato l'oceano e trovandomi nonostante tutto ancora in Francia, ma soprattutto avendo un sacco di voglia di pedalare- ho dovuto optare per la scelta meno gradita: l'aereo. giornata spesa ad impacchettare Falkor, la bici. E sperando di suscitare un sorriso e un po' di umanità negli addetti ai bagagli ho voluto ricordargli che "uccidere una bici è come uccidere una fata" "Tuer un vélo c'est comme tuer un fèe" #theneverendingroad #travelhard #travel #travelblogger #travelwriter #cycling #vélo #travelbybike #touringbike #bressanbike

Sperando di suscitare un sorriso e un po’ di umanità negli addetti ai bagagli ho voluto ricordargli che “uccidere una bici è come uccidere una fata” “Tuer un vélo c’est comme tuer un fèe” #theneverendingroad #travelhard #travel #travelblogger #travelwriter #cycling #vélo #travelbybike #touringbike #bressanbike

Christine non parla molto bene inglese e il mio francese è sempre scarsissimo, ci scarica davanti a una casa sotto alla pioggia torrenziale tipica di questa stagione a queste latitudini. Una casa piuttosto semplice, ma con una bella piscina. Ci vivono in 4, tra cui Nicola, un fisioterapista che si è fatto un anno in giro in bici per il Sud America e che ha accettato al volo di ospitarci quando contattato da Pierre.

Jonathan che è appassionato di scienza e roba spaziale ha scoperto che domani a Kourou, un villaggio a una settantina di km da qui, ci sarà il lancio di un razzo che trasporta due satelliti da mettere in orbita.  Dobbiamo trattenerci in zona ad aspettare l’arrivo del mio bagaglio e decidiamo di andarci, ma avendo alcuni pezzi della bici nella borsa mancante ci andremo in autostop. Trovo un’altro couchsufer che ci ospiterà nei pressi di una delle stazioni spaziali più grandi del mondo e la mattina presto ci mettiamo in strada sperando che l’autostop funzioni in Guyana Francese.

Spacegraffiti in Cayenne! #cayenne #spacegraffiti #graffiti #graffitiart #graffitiporn #graffitiworld #graffitiwall #graffitifromaroundtheworld #streetart #travelpics #travelpic #travelphotography #travelwriter #travelblogger #theneverendingroad #theneverendingtrip #travel #travelhard

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Dopo 10 minuti col dito tirato fuori e senza fortuna Jonathan mi scansa, dicendomi “ti faccio vedere io come si fa!”. Soffia sulle dita, come per caricarle di poteri magici, lo guardo sospettosa  e la prima macchina che passa si ferma al volo! (questo è culo).

Un insegnate di colore e sua figlia ci caricano e nonostante si debbano fermare prima di Kourou decidono di accompagnarci lo stesso non avendo nulla da fare quel giorno. Presto scopriamo che la pratica dell’autostop in Guyana è molto comune,  ma non fatto dai bianchi. Gli autobus sono pochi, cari e inaffidabili e buona parte della popolazione più povera, appunto nera, si affida all’autostop per spostarsi. Arriviamo a Kourou con largo anticipo e andiamo a farci un giro nel centro cittadino dove troviamo un mercato locale e un ottimo ristorante vietnamita.

In Guyana ci sono vere e proprie comunità asiatiche, sia di cinesi, che sono stati importati come mano d’opera economica, al termine della tratta degli schiavi, qualche vietnamita e molti hmong laotiani,  che stavano dalla parte “sbagliata” nella guerra d’Indocina e che si sono dovuti rifugiare altrove.

La Guyana è davvero un paese particolare, ancor più cara della Martinica, ma senza turismo. Le spiagge non mancano ma il mare è sempre torbido essendo lo sbocco di molti fiumi, con un clima caldo e umido nella stagione delle piogge e caldo e umido nella stagione secca. 250.000 abitanti, praticamente quasi tutti concentrati nelle brutte cittadine costiere a parte molti Indios che ancora vivono indisturbati o quasi nella giungla. Quasi interamente ricoperta di foreste vergini ma una delle capitali mondiale nel campo della ricerca spaziale. Le agenzie spaziali russe ed europee, lanciano satelliti con buona frequenza rendendola una delle stazioni di lancio più attive al mondo. Un paese in bilico tra un passato di storia indigena, colonizzazione e un futuro spaziale.

Nel pomeriggio ci avviciniamo al punto di lancio, dove un’altro centinaio di persone si preparano con ombrellini per proteggersi dal sole, macchine fotografiche, e pranzi al sacco a vedere centinaia di tonnellate di ferraglia essere sparati fuori dall’atmosfera a una decina di chilometri al secondo. È una situazione surreale. Cinquant’anni fa i ragazzi di campagna si portavano le sedie da casa per andare a vedere il treno che passava e oggi mi ritrovo tra un gruppo estremamente eterogeneo di francesi, creoli, militari di tutto il mondo e qualche Indios in Guyana Francese ad ammirare la partenza di questo grosso affare di ferro scoreggiante verso l’infinito.

Parte con un abbagliante luce biancastra, sale lasciando un enorme scia dietro di se fino a scomparire, applausi del pubblico, Jonathan è contento. Oggi è un anno che ci siamo conosciuti. Dal pub più squallido di Dublino a Kourou a celebrare il nostro amore sotto a una nuvola d’inquinamento lasciata da un razzo spaziale.

La vita ha un senso dell’umorismo meraviglioso quando si riesce a fare un passo fuori da se stessi per poterlo cogliere. 

Scambiamo quattro chiacchiere con un signore, anche lui venuto a vedere il lancio e che ci indica un bradipo su un albero. Non l’ho mai visto dal vivo e credo m’interessi più dei satelliti. Già che ci siamo gli chiediamo un passaggio fino alla casa del prossimo couchsurfer che abita a una quindicina di chilometri da qui. Ci accompagna volentieri e ci scarica nel punto il cui google map indica esista la casa del nostro nuovo “host”. In mezzo al nulla sotto al diluvio universale. Passa nel giro di pochi secondi e nonostante gli ombrelli ci ritroviamo completamente inzuppati davanti a una strana casa a forma di serra e una bandiera pirata verde che spunta dalla veranda. Coincide con la descrizione che mi era stata data. Clément, il surfer, e un amica sono in casa ad aspettarci ma stanno per uscire.

Lui si occupa di musico terapia, ci racconta che in Guyana francese c’è un grosso problema di droga. Cocaina e crack costano meno delle sigarette e molti dei suoi pazienti stanno cercando aiuto per uscire dal tunnel. Clément nel tempo libero suona la tromba con la sua band di garage rock.  Stasera hanno le prove a casa di un amico che abita in un villaggio in mezzo alla foresta, vogliamo andare? Domanda superflua, è ovvio che vogliamo andare.

Qualche abitazione di legno, un generatore acceso che ne illumina alcune dove gli abitanti stanno preparando farofa, una specie di farina gialla tostata molto comune in questa parte del mondo, in altre guardano la televisione e nella nostra la band inizia a montare gli strumenti e gli amplificatori. Non sono niente male. Birrette che girano e concludiamo questa giornata chiacchierando con Clement che soddisfa alcune delle mie curiosità su questo luogo pieno di paradossi.

Secondo lui, a parte il centro spaziale, che trae vantaggi dalla posizione equatoriale della base per ragioni geografiche, la Francia non ha più alcun interesse economico nel tenersi la Guyana ma quando gli Olandesi lasciarono il Suriname, un terzo della popolazione emigrò in Olanda prima dell’indipendenza per paura che le cose sarebbero peggiorate ed ebbero anche ragione. Lo stesso potrebbe accadere qui e dato che non esiste un vero e proprio movimento politico che sogna l’indipendenza meglio lasciare le cose come stanno.

In effetti la Guyana francese, al contrario della Martinica, sembra piuttosto abbandonata a se stessa non potendo puntare sul turismo -il mare fangoso, la foresta fittissima piena di insetti  e animali poco benevole e il clima troppo umido non lo favoriscono- gli agglomerati urbani sono decisamente brutti e si nota la totale noncuranza con cui siano stati costruiti. Gli unici edifici di rilievo sono i centri commerciali, cattedrali al capitalismo in mezzo alla foresta vergine.

Il giorno successivo grazie a un’altro intervento fortunato del pollicione del Jonathan torniamo a Cayenne e andiamo all’aeroporto a riprendere la mia borsa che è effettivamente arrivata sana e salva. Preparo una pasta alla norma per ringraziare dell’ospitalità e per soddisfare le voglie di carboidrati che da domani mi assaliranno appena riprenderò a pedalare.

Entro un paio di giorni dovremmo riuscire a raggiungere il confine brasiliano, la strada sembra essere buona ed asfaltata fino a St. George, poi si attraverserà un fiume e finalmente avremo lasciato la Francia alle spalle. 321 Go!

Hai la scimmia del viaggio?

Ottimo! a presto amico!