Data astrale 27/10/17

Cartagena de la Indias, Colombia

Piove fuori, piove a catinelle. È la stagione delle piogge da queste parti.  Ascoltando il rumore delle secchiate d’acqua sbattersi sull’asfalto dalla finestra della mia stanza economica in calle San Juan, nel centro di Getsemani, un piccolo quartiere coloratissimo e sempre in festa, mi ricordo tutte le stagioni delle piogge che ho vissuto in Asia. Penso spesso all’Asia ultimamente e mi manca terribilmente.

Mi manca la libertà che s’indossa quando si vaga per le sue strade, il cibo, i profumi e la pacatezza della sua gente e probabilmente la vita che ho vissuto quando ci abitavo.

Il Sud America è diverso. È molto più sfacciato. Il clima qui, nella parte tropicale, è simile ma l’atmosfera è completamente diversa. In qualche modo molto più familiare dato che l’origine della maggior parte della popolazione è comune alla nostra. Questo forse spiega come mai l’Asia susciti sempre quest’enorme fascino su di me. Perché è diversa, misteriosa e spesso incomprensibile.

Davanti alla mia finestra, un venditore di banane, spinge il suo carretto cigolante e urlando “platano, platano” e mi riporta alla realtà. Di Asia non ne avrò fino a quando non me la sarò conquistata arrivandoci in bici e in barca a vela come mi ero ripromessa e prima di arrivarci mi manca ancora un intero continente: l’America!

Ci eravamo lasciati a giugno dell’anno scorso in Bolivia, quando ho deciso di mettere in pausa il mio giro del mondo sia per renderlo sostenibile a livello economico, traducendo i miei libri in inglese che per raccogliere fondi per Hormigon Armado, l’associazione che aiuta i bambini di strada e i lustra scarpe di La Paz. 

Ci sono riuscita. La versione inglese di Walkaboutitalia (tutt’ora in mano a una fantastica donna Irlandese che vive in Trentino) uscirà la prossima primavera e inventandomi dei concerti sotto ai ponti per gente che va in kayak sul Liffey ho raccolto una bella sommetta da mandare in Bolivia.

Ora posso riprendere il viaggio con il cuore in pace sapendo che non sarà più un viaggio fine a sé stesso ma che, di tanto in tanto, se troverò qualcuno da aiutare sul mio cammino avrò la “fortuna” di essere in possesso delle due uniche risorse necessarie per fare qualsiasi cosa nella vita: la voglia e il tempo.

Per il momento non ho per niente chiaro lo svolgimento dei prossimi mesi/anni di viaggio. Ho una lista di cose che devo fare a livello lavorativo che continua ad allungarsi invece che ristringersi,  e l’obbiettivo di raggiungere la Patagonia in bici nei prossimi mesi ma questo è quanto.

La mia bici è però a La Paz e io sono nel continente giusto ma ancora sopra all’equatore. Che cazzo ci faccio a Cartagena? Ottima domanda! Semplicemente il volo più economico che ho trovato dall’Europa al Sud America era un “flipper” di destinazioni da Napoli alla Colombia passando per Istanbul e New York.

Fortunatamente sono riuscita a fermarmi per un paio di giorni in entrambi gli scali in modo di rendere il processo meno alienante e visitare due città paradossalmente simili e diametralmente opposte. Entrambe divise dall’acqua e con colossali ponti che le uniscono. Entrambe effettive capitali di imperi e di cruciale importanza storica, entrambe città che non dormono mai, ricche d’arte dove vengono tutti a cercar fortuna e dove l’apertura mentale e il rispetto per il diverso regnano sovrane.

Eppure sul Bosforo in quel momento magico tra notte e giorno s’interrompe bruscamente il silenzio con le salah (orazioni)  che riecheggiano tra le moschee mentre la grande mela è già pronta a distribuire caffè in quantità industriali, rigorosamente  in bicchieri di carta a tutti quelli che non hanno il tempo per gustarselo seduti prima che entrino nella trincea giornaliera del “money making business”. A Istambul sembra esistano sia dio che i soldi mentre a New York sembra che dio sia stato rimpiazzato dai dollari.

A NY avere soldi equivale ad essere una persona di successo, e l’ambizione di essere ricco equivale all’ambizione ad essere felice.

E il perseguimento della felicità è proprio una della fondamenta su cui si basa la società americana (“Life, Liberty and the pursuit of Happiness” è scritto proprio nella loro dichiarazione d’indipendenza). Questa acclamata felicità mi ha fatto tornare in mente quando  raccoglievo sogni in giro per Italia. Il sogno più comune era proprio il medesimo: il raggiungimento della felicità. Un sogno per me inizialmente banale, che ho capito meglio solo quando sono andata a studiarmi il suo contrario: La Paura.

Per entrare negli stati Uniti serve un visto speciale: l’ESTA, che si può richiedere (pagando 12$) via internet. Questo non garantisce comunque l’ingresso perché se all’ufficiale di dogana non garberà la vostra faccia avrà comunque il diritto di non farvi entrare. Io sono entrata negli stati uniti avendo un’ESTA e un biglietto di uscita dal paese, diciamo che avevo tutte le carte in regola eppure mi sono sentita trattata come una carcerata in cammino verso il patibolo dal momento del check in al ritiro del bagaglio. 3000 domande, 5 perquisizioni. La deumanizzazione creata dello spogliare compulsivamente ogni passeggero di ogni suo diritto.

Gli Stati Uniti mi sembra giochino molto sull’equilibrio tra felicità e paura per manipolare l’opinione pubblica in favore della loro politica estera senza scrupoli.

Il terrorismo, la ragione principale per cui gli Stati Uniti sono stati in guerra ogni giorno dal 2001 a oggi ha provocato in media meno di 10 morti statunitensi l’anno (dal 2002 in poi e parlando con i Newyorkesi nessuno crede che nemmeno l’attentato alle torri gemelli sia di matrice terroristica islamica). 29 cittadini americani all’anno decedono per “fulmini”.  Più di 11.000 all’anno muoiono per dipendenza a farmaceutici oppiacei (legali), 30.000 all’anno per sparatorie tra americani (porto d’armi legale), oltre 35.000 in incidenti stradali e oltre 40.000 per suicidio, che è la decima causa di fatalità negli Stati Uniti dietro a 9 dovute a diversi tipi di malattie (cadiovascolari e tumori in cima alla lista).

Diciamo che se l’accanimento contro le causa di decessi fosse proporzionale ai numeri effettivi vivremmo in un mondo senza né cancro né suicidi né guerre al terrorismo.

In ogni caso non ho voglia di stare a ripetere cose che presumo in molti sappiate già, o che forse, proprio perché mi state leggendo, condividete come linea di pensiero.È solo che poi quando ci si passa, per gli Stati Uniti intendo, tutti questi paradossi ci vengono vomitati in faccia e quella statua della libertà, sempre un po’ più bassa di quanto uno potesse immaginarsi, appare sempre più ridicola.

Paradossalmente Istanbul invece con la sua Moschea blu, completamente aperta al pubblico e gratuita, dove l’unica cosa che veniva richiesta era coprirsi il capo mi è sembrata molto più libera.