Durante la mia permanenza nella terra di Tolkien, per puro equivoco venne tradotto erroneamente dall’inglese allo Zulu il discorso del re di buona parte di quella popolazione indigena. Un “dovrebbero farsi la valigia e tornarsene al loro paese” riferito agli immigrati in prevalenza Zimbawesi diventa: “uccideteli tutti”.

I fedeli sudditi prendono in parola il proprio re e nei giorni successivi scatenano una carneficina. La violenza contamina buona parte della popolazione Zulu dalla zona da Kwazulu Natal a Johannesburg. Distruggono e incendiano le attività degli immigrati, li prendono a bastonate e ne uccidono sette (di cui tra l’altro tre erano sudafricani). La parola sulla bocca di tutti è Xenofobia, la paura irrazionale e incontrollabile verso lo straniero.

Qualche giorno dopo, come solitamente facevo quando dovevo uscire, prendo in prestito la macchina di JD per andare al centro commerciale, a circa un chilometro di distanza. Ovvio che l’avrei fatto volentieri a piedi…

Parcheggio e scendo per comprare le lenti a contatto. Nel negozio devo compilare un formulario indicando alcune informazioni base su di me e sulla mia vista. Cindy, l’oculista Zulu, scrutando le informazioni scritte a mano sul foglio esclama: “ohhh you are from Italy, you have Xenophobia like us” (ohhh, sei Italiana, anche voi avete la Xenofobia, come noi!). Rimango costernata dalla sua affermazione così cruda e allo stesso tempo spontanea e genuina. L’oculista in modo completamente naïf mi stava semplicemente riportando cosa aveva sentito dire, probabilmente alla radio, senza alcuna intenzione di crucciarmi né offendermi. Si è riferita alla Xenofobia come fosse un virus incurabile, non lo ha fatto come se fosse frutto del libero arbitrio e mi tocca ammettere a denti stretti “Yes, unfortunately we are affected too” (sì, purtroppo anche noi ne siamo affetti), assecondando il suo trattarla come fosse una malattia.

Ero ormai abituata ad essere identificata con il paese del “bunga bunga” quando mi palesavo italiana all’estero, ma xenofobo mi era nuova e in qualche modo preferivo essere presa in giro per le preferenze sessuali di un presidente del consiglio perverso piuttosto che per il vizio di odiare lo straniero tipico della nostra popolazione.

Incuriosita dall’evento torno a casa e facendo un po’ di ricerca su internet scopro che secondo i dati della Pew, un’organizzazione americana di ricerca non legata a nessun partito politico, l’Italia è di gran lunga il Paese più razzista d’Europa.

Vivendo per strada ed essendo forzatamente costretta a mangiarmi ampie fette di realtà quotidianamente, non ne sono veramente stupita.

Nonostante preferisca pedalare, la mancanza di strade ciclabili a volte mi obbliga a caricare la Grande sul treno. La maggior parte delle stazioni non ha nessuna struttura per trasportare mezzi a ruote da un binario all’altra, comprese ovviamente le carrozzine, e mi chiedo quanto sia fattibile per un disabile spostarsi in treno in Italia. L’addetto alle scale mobili della stazione di Cosenza (ebbene sì, esiste anche questa figura professionale), troppo impegnato a verificare che nessuno si faccia male sulle pericolosissime seghettate voragini d’acciaio, non mi aiuta. Ci pensano i gentili “vu cumprà” a darmi una mano a salire e scendere dal treno con il mio “Grande caricus” di borse, libri, bici e carrello in un paio di viaggi.

Tra le cose che preferisco del treno ci sono le prese elettriche e gli incontri casuali. Appunto l’ampia fetta di realtà con cui capita di condividere il vagone.

L’altro giorno dei ragazzini campani incuriositi dalla mia particolare bicicletta mi chiedono del mio viaggio. Mentre traccio con entusiasmo un riassunto del mio girovagare a caso per il mondo rimangono ad ascoltare affascinati a bocca aperta. Continuo raccontando le mie esperienze di vita sui diversi continenti e quando dico che ho vissuto una manciata di anni in Asia, uno mi guarda schifato: “Ma in Asia è pieno di marocchini!!!”

Non posso non ridere della sua povera conclusione geografica e pazientemente gli spiego che i marocchini sono originari del Marocco e che in Asia ci sono i cinesi, i mongoli, gli indiani ecc.

“Ma tu non sei razzista?” mi domanda, come se per lui fosse tanto normale esserlo.

Automaticamente mi chiedo in quale contesto il ragazzo viva. Probabilmente gli amici, i genitori e le istituzioni che lo circondano hanno contribuito a formare il suo pensiero. Dopotutto se avessi avuto facoltà di voto a 9 anni anch’io, cresciuta sul Lago Maggiore, avrei votato lega.

Continua lo sproloquio portandomi ad esempio alcuni marocchini che hanno stuprato bambini.

Rispondo semplicemente che anche qualche prete ha violato dei bambini, ma non per questo è necessario demonizzare un’intera categoria di persone. Non per questo è necessario addirittura crearle le categorie.

Gli dico che anche noi siamo stati stranieri e immigrati in altri Paesi, che muoversi è fondamentale per il mondo come lo è per chi va in bicicletta. Se si sta fermi si cade.

Finiamo a parlare di animali e di quanto tutti condividiamo l’amore verso i nostri piccoli amici a quattro zampe e non c’è da stupirsi se qualsiasi argomento sul web cada in secondo piano in confronto a un qualsiasi video di gatti.

Alla stazione successiva scendono e sale James con la sua bicicletta, è del Ghana. Lo saluto sorridente come si fa tra noi ciclisti e dopo poco attacca bottone. Dice di essersi sorpreso del fatto che l’abbia salutato. Dice che in Africa i bianchi sono protetti e loro scappano dall’Africa sperando che almeno qui anche loro vengano protetti, mentre si trovano a essere completamente emarginati. James parla perfettamente inglese, francese, italiano e la sua lingua, è laureato in ingegneria eppure è costretto a fare il parrucchiere in un negozio specializzato in acconciature afro perché gli italiani comunque non ci andrebbero.

A Catania conosco Nish, delle Mauritius, collega receptionist di un caro amico. Anche lui parla perfettamente 4 lingue e ha esperienze lavorative significative un po’ ovunque. L’intelligenza di Nish rimbalza repentina da una pupilla all’altra mentre ci racconta che in Australia appena lasciava dei curriculum veniva immediatamente richiamato, qui deve ripassare di persona per insistere. È stato assunto nello stesso hotel del mio amico, dove vengono entrambi sottopagati, ma Nish lavora solo di notte, così si nota meno, e comunque prende 100 Euro in meno.

Nell’hotel dove invece ho dormito a Bari, quando viaggiavo con gli amici del Giro d’Italia in 80 librerie, c’erano le cimici nel materasso. Mi hanno punzecchiata ovunque lasciandomi inviperita e piena di bubboni di cui due grossi come meloni sulla palpebra. Correndo spaventata verso la farmacia faccio notare alla receptionist il problema. La donna risponde prontamente “Eh cosa vuole, questo è un porto di mare, passano tanti stranieri”

“Ma vogliamo dare la colpa anche al caldo per venire dal Nord Africa? No, signora, è inutile cambiare le lenzuola! I materassi abitati dalle cimici vanno cambiati e si prenda la responsabilità di non aver pulito adeguatamente le camere invece di puntare il dito sugli stranieri” rispondo dopo che ogni residuo di calma mi abbandona.

La maggior parte della gente, e non solo in Italia ma nel mondo, pensa che l’Africa sia un continente retrogrado. A Pretoria, dato che non potevo uscire, chiacchieravo spesso con le guardie Zulu della casa di JD. Si vestono in giacca e cravatta per venire al lavoro attraversando la città a piedi: nonostante sia pericoloso, non hanno scelta. Nonostante la grazia del suo portamento, King, con cui avevo stretto una buona amicizia, risultava goffo in giacca e cravatta.

Gli abbiamo imposto usi e costumi europei e ora, essendosi dimenticati i loro, scimmiottano i nostri con scarsi risultati.

Questa metafora, secondo me, è esattamente la ragione per cui nasce la concezione che l’Africa  sia un continente arretrato. Non sono sottosviluppati, il loro poteva essere un modello di sviluppo diverso e parallelo come sarebbe potuto esserlo quello degli aborigeni in Australia o degli indiani d’America negli Stati Uniti, dei Maori in Nuova Zelanda, dei Maya in America centrale, degli Incas in Sud America e chi più ne ha più ne metta. Un modello dal quale ogni viaggiatore avrebbe potuto tornare più grande invece che considerare come unità carovita di un Paese il prezzo di un big mac.

In quanti parlando di altri continenti ti dicono che sembra di essere tornati indietro di qualche centinaio d’anni? Certo, se da europeo ci vai distruggendo tutto e imponendo il tuo sistema li fai ripartire da zero. Ormai abbiamo schiavizzato, ucciso e imposto la nostra visione di sviluppo su tutti i continenti. Ci consideriamo avanzati, civili e moderni solo perché tutti i potenziali modelli paralleli sono spariti e non abbiamo più termini di paragone. Se elimini tutta la concorrenza rimani l’unico vincitore. O forse semplicemente “l’unico”. Sovrano tristemente solo, permaloso e arrogante di un mondo tutto uguale.

Rendiamoci solo conto che noi chiamiamo incivili gli africani che lasciamo morire sotto al sole raccogliendo pomodori nei nostri campi per tre euro al giorno.

Rendiamoci conto se il nostro Paese va male non è colpa degli immigrati per cui certo lo Stato italiano spende milioni di euro ma che ci ritornano in tasca con gli interessi. Gli immigrati in realtà aiutano l’economia italiana e chiunque punta il dito sui nordafricani per il disagio italiano si comporta esattamente come la signora dell’hotel di Bari.

Rendiamoci conto che lo sbiancamento anale, candy crush, mettersi lo smalto, le tette di plastica, i telefoni intelligenti che rimpiazzano il cervello di gente stupida, sapere sempre che ora sia a NY, consumare fino a esplodere o morire di fame per assomigliare alle ragazze delle passerelle non sono sintomi di sviluppo. E purtroppo, dato che la contaminazione occidentale nella maggior parte dei continenti è irreversibile, cerchiamo almeno di comportarci da buoni fratelli maggiori e lasciamo che le nostre vittime scimmiottino comportamenti non dico intelligenti ma almeno sensati.

Non vorrei mai che in Italia la Xenofobia prendesse il sopravvento come in Sud Africa. Non vorrei trovarmi a far finta che sia una malattia per giustificarmi. Vorrei non essere un’eccezione a sorridere a James, vorrei non sorprendermi a consigliare a Nish di andare in un Paese meno razzista per poter lavorare con dignità. Vorrei che la solidarietà venga insegnata a scuola e volendo anche consolidata con gli incontri casuali sul treno. Ma forse esiste una soluzione per rompere questo circolo vizioso. La diffidenza si può sconfiggere con il suo contrario. La fiducia. Fiducia e sorriso sono rimaste le uniche due cose indispensabili nel mio bagaglio di  viaggio.

Io mi fido, e tu?


It’s hard to be a traveler without trust… and being a citizen? 

This past winter I was lucky enough to be invited by a very wealthy friend to South Africa. Flight paid and a huge villa with a pool for me to write and concentrate while he was at work all day. Virtually every writer’s dream. Breaking my days with short walks around the neighborhood would have been even better, but in South Africa it’s dangerous to walk.11836797_10153534961749520_2180942976525724310_n

South Africa is an unstable, violent country with a 360 degrees spectrum of racism. Whites against blacks, blacks against whites, blacks against blacks of other ethnic groups or nations. A real disaster. It’s not safe to walk, people drive their cars from home to the next safe place; usually the mall, casinos or natural reserves where bad-ass securityconstantly monitor who gets in and out of  those oasis of safety. Driving means facing risks of hijacking but that usually only happens on the highways.

When Mandela named it the “Rainbow Nation” he did not imagine the waves of xenophobia that would strike his country after his death, nor the new form of “apartheid” established by the government of President Zuma towards the whites.

During my stay in the land of Tolkien, a misleading translation of the Zulu King’s speech about immigration from English to the local language watered the germ of xenophobia that soon bloomed into a carnage.

Violence spread fast across the country from the area of Kwazulu Natal to Johannesburg. Zulus  raided and burnt activities of black immigrants from neighbouring nations and killed seven (of which three were actually South Africans). The word on everyone’s lips those days was Xenophobia. Xenophobia. Xenophobia. The irrational and uncontrollable fear of the 11834920_10153495011434618_3647629827232665887_ostranger.

A few days later I needed to buy contact lenses, and as I usually did when I had to leave the idyllic villa with electric fences, I borrowed my friend’s car to go to the mall, about a kilometre away.

In the shop I was asked to fill out a form indicating some basic information about me and my prescription. Sarah, the Zulu ophthalmologist, went through the handwritten information on paper and suddenly yelled : “ohhh you are from Italy, you have Xenophobia like us”

I stared at her blankly, after such a raw and spontaneous statement, for a handful of seconds.

The ophthalmologist was completely naive and simply reported what she over heard on the radio. She had no intention to offend me nor my country in any way. She referred to Xenophobia as if it was an incurable virus, not a dangerous mixture of ignorance and free will.  Through gritted teeth I finally admitted, “Yes, in Italy, unfortunately we are affected too”

Pandering her idea racism was just a deadly disease.

By being Italian, I was use to to being identified with the country of “bunga bunga” but I was new to xenophobic and somehow I preferred being teased for the sexual preferences of my Prime Minister rather than the perverse vice to hate foreigners typical of our population.

Intrigued by the event, I went home and did a little research about the subject and found out that according to data from “Pew”- an American research centre not linked to any political party- Italy is by far the most racist country in Europe.

http://www.pewglobal.org/2014/05/12/a-fragile-rebound-for-eu-image-on-eve-of-european-parliament-elections/

Having lived in the Italian streets for the past year and a half, honestly, I was not really that surprised. 

Although I prefer to ride, often the lack of cycling paths forces me to load my bicycle on trains. Most Italian stations do not have any facilities to transport wheeled vehicles from one track to another, including of course wheel chairs (and I wonder how feasible it is for a disabled person to travel by train in Italy).

99% of the time I need help to get my bike on and off the train fast enough and 99% of the time, it’s immigrants helping me. Italians think I’m foreigner too, so they rarely help.

Among the things I enjoy about traveling by train, is the air conditioning and chance encounters. I love the taste of that wide slice of random reality I get to eat by sitting next to strangers.

The other day some kids from Campania were curious about my bike and asked me about my trip. While I drew an enthusiastic summary of my aimless wandering around the world they quietly listened  open-mouthed. As I kept talking about my experiences in Asia, one looked at me and screamed with  disgust: “Ohhh but Asia is full of Moroccans !!!”

I couldn’t help laughing at his poor geographical conclusion and patiently explainedthat the Moroccans are from Morocco and that in Asia there are Chinese, Mongolians, Indians etc.

“But you’re not a racist?” He asks, as if where he comes from racism poses  them by default.

Automatically I start wondering in what kind of context the poor boy lived. Probably friends, parents and institutions around him helped to shape his thinking. After all, if I had had a right to vote when I was nine years old, growing up on Lake Maggiore, I would have voted “the
northern league”.

The kid continued his rant about some Moroccans who raped children. I thenpointed out to him how some priests also raped children. That doesn’t make all priest bad.

We are all foreigners and immigrants in other countries. To move is as crucial to the world as it is for those who ride a bike. If you stand still you fall.

At the next station they get off happy and slightly confused, here Peter jumps on with his bicycle.  Peter is from Ghana. I greet him with a smile as you do among cyclists. We start chatting. He says he was surprised that I acknowledge him. He says that in Africa the whites are protected so the blacks come here with the hope that at least here they would be protected too. But he realised as soon as he got off the ship that that’s not the case.  Immigrants in Italy are completely marginalised. Peter speaks English, French, Italian, and his native language, has a degree in engineering and yet is forced to be a hairdresser in a shop specialised in Afro hairstyles because Italians don’t really want a black man doing their hair.

In Catania I met Nish, from Mauritius, he works as a receptionist with a close friend of mine. He also speaks 4 languages, has work experience abroad and a will to work. The intelligence of Nish bounces from one pupil to another while telling me that when he was living in Australia he would leave his CV anywhere and get a phone call right after, here he must return in person a number of times to insist he has the skills required. He was hired in the same hotel as my friend where the are both underpaid, but Nish only works at night so that his skin colour is less noticeable and gets 100 Euros less even though working nights.11950773_10152908859756307_233875464_n

In the hotel where I stayed in Bari there were bedbugs in the mattress. They bit me everywhere leaving me furious and itchy. They even got me on the eyelid thatswole up like a melon. As I woke up running to the pharmacy I pointed out the issue to the Italian receptionist. The woman responded promptly “Eh what do you expect, this is a sea port, many foreigners pass by”.

We’re not far from blaming Africans for the heat waves that come from their continent. “No, ma’am, take responsibility for not cleaning the rooms instead of pointing the finger at foreigners” I finally burst out.

Most of the people, and not only in Italy but in the world, thinks that the African continent is backward.

In Pretoria, since I could not get out of the house freely I often I chatted with the Zuluguards of my friend’s house. They dressed in suits to come to work walking through the city in the heat. Although dangerous, they have no choice and despite the grace of his bearing, King, with whom I forged a good friendship with, was not comfortable wearing a suit.

We imposed European customs and traditions in Africa as in all the continents we conquered and now that they have forgotten theirs they can only ape ours with little success.

This explains the reason that leads to the conception that Africa is behind us. Other continents are not underdeveloped, their could have been parallel development modelsto learn from if we had left the original population alone. The Aboriginal people of Australia, one of the oldest population on earth, lived in complete harmony with their surroundings before we got there to destroy their relationship with the land, impose our gods, rape their territories (and people) and introduced them to alcohol, flour and sugar. We didn’t learn from them just imposed our bad habits. I would have preferred to live in a world in which the traveler could have truly explored the cultural differences rather than calculate the cost of living by the price of a Big Mac.

I’ve heard too many times people talking about South East Asia saying that they are stuck in the past. They live as we were 400 years ago implying how much more advanced and better we are.  Of course. The European enslaved, killed and forced our vision of development on all continents. We see ourselves as advanced, civil and modern because all potential different paradigm are gone and we have no terms of comparison left. If you kill all the competitors only the winners remains.

What is truly uncivilised is our society who lets  African immigrants die picking tomatoes under the sun in our fields for three Euros per day.

We have to be accountable for our mistakes. Immigrants don’t steal our jobs or take our money, data shows how they actually help the Italian economy (something around 12 million euro spent by the government for them but 16 earned according to http: //www.dossierimmigrazione.it authoritative source of data on the phenomenon of migration in Italy).

Everyone who points the finger at the North Africans for anything that does’t work in our country behaves exactly like the lady of the hotel in Bari.

Anal bleaching , candy crush, plastic tits, smart phones that replace brains of stupid people, always knowing what time it is in New York, eat like pigs or starve to look like the girls on the catwalks are not developing symptoms. As the Western contamination in most continents is irreversible, let us at least act as good caring brothers and give good examples. One of the best would be simply to consume just what we truly need. 

I don’t like coming from a Xenophobic country. I don’t want to be an exception who smile at Peter cause he’s black. I don’t want to find myself advising Nish to leave Italy to go somewhere where opportunities are based on skills and not on skin colour.  I wish solidarity was the rule and racism the exception. I wish it was taught at school and consolidated through chance encounters on the train. But the situation is not hopeless, simple complaining is sterile. There is a way to change things. It’s up to us. If we start living today as if we already live in the world we dream of it might as well adjust. Diffidence can be defeated with its opposite. Confidence. I trust, and you?

With this article I started a campaign to spread trust. If you agree with my words please consider taking a selfie of yourself with a sign saying #ITRUST and post it back on my facebook page

https://www.facebook.com/darinkamontico/?ref=hl


Hai la scimmia del viaggio?

Ottimo! a presto amico!