Mi diverto a scendere dall’Etna. È il 25 aprile. C’è aria di festa. Il susseguirsi dei tranquilli paesini etnei si sovrappone all’eco delle risate dei bambini che sfuggono ai cortili, al profumo dei gelsomini in fiore e della carne alla griglia. I pini marittimi sembrano enormi funghi. Maturo un nuovo sogno. Vorrei una casa sull’albero. Vorrei una casa costruita tra i rami di uno di questi pini pensati da Lewis Carroll. Davvero ci verrei a vivere. La mamma, dietro di me, alza le spalle al pensiero, sembra indifferente e con sguardo imperscrutabile continua a osservarci paziente, ieri come oggi e come sempre.

Oggi, al contrario della Sicilia che conosco, le strade sono deserte e le case animate. Qualcuno forse troppo abituato al mondo di fuori si sporge a guardare dalla finestra e incontra i miei passi. Sconosciuti m’invitano in casa loro a bere il caffè, che poi diventa una macedonia, un gelato, un’arancina, un pesce alla griglia, un bicchiere di vino. Arrivo a Giarre appesantita da troppo cibo e tanti nuovi sogni.

In Italia, delle centinaia di opere pubbliche mai portate a termine, la maggior parte è in Sicilia, dodici a Giarre. Sfortunatamente questo porta la cittadina alla ribalta sul panorama internazionale come capitale Europea dell’incompiuto.

a giarre mi ha raggiunto Luca Migliore, il fotografo di Modica ci siamo divertiti a fare qualche foto sulle incompiute

La piscina comunale, il teatro, il mercato dei fiori, la ludoteca, il parcheggio, lo stadio d’atletica sono posti dove le uniche forma di vita sono le rampicanti e i batteri che vivono nei microcosmi di spazzatura che se ne sono impadroniti. Visitiamo lo stadio da polo, seimila posti a sedere, tonnellate di cemento e qualche chilometro quadrato rubato al centro urbano per dedicarlo al nobile sport mai giocato. Ma il polo è davvero così impopolare nel catanese da meritarsi quest’insulto?

Passeggiando per la pista da go-kart tra i materassi e gli elettrodomestici lasciati a sciogliersi al sole, io e i ragazzi che mi hanno ospitata,  sentiamo grattare insistentemente contro a un muro. Sono delle zampe, cercano un appiglio per risalire dal buio dove sono state abbandonate. Due splendidi cagnolini. Avranno meno di due mesi e sembrano ancora in forma. Io, Massi, Saro e Ale passiamo velocemente in rassegna i nostri sguardi per trovare la conferma di quello che sta per succedere. Non possiamo lasciarli qui a decomporsi insieme al resto dell’immondezza. Chiamiamo un’associazione animalista. Ci dicono che il primo passo da fare è chiamare i vigili per verificare lo stato dei cuccioli. Chiamiamo i vigili e ci dicono che il funzionario addetto a questo tipo di compito tornerà lunedì. I piccoli non possono aspettare il funzionario giocando nella spazzatura per altre quarantott’ore. I ragazzi non possono tenerli ma lo faranno lo stesso, almeno fino a quando non troveranno una soluzione più adeguata. Sono salvi.

Giarre è il paesone dove tutti gli studenti dei paesi limitrofi vengono a fare le superiori. Le incompiute diventano il teatro delle loro vicissitudini, le prime canne, i primi baci, i primi amori tra le grigie mura fatiscenti piene di fantasmi di vita mai vissuta e di adolescenti estatici.

Si parla di più di un centinaio di miliardi di lire tra cemento abortito e tangenti, ma ancora la gente corre nella pista d’atletica incompiuta che circonda il campo da polo. Il rosso delle corsie è coperto dal nero delle ceneri dell’Etna. La gente corre come per una reazione nervosa dopo una molestia subita. Corre in questo triste teatro postmoderno dell’abbandono, corre per protesta, corre per riprendersi i suoi spazi, ma corre in cerchio, senza spostarsi. Perché, come diceva il mio coinquilino postumo di Palma di Montechiaro: in Sicilia si cambia tutto per non cambiare nulla.

E loro continuano a correre.