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If you don’t have anything good to say, say nothing”, diceva sempre Chris con il suo accento irlandese così incredibilmente sexy. Chris chi!? Saranno almeno tre giorni che non penso a lui.

Eppure torna sempre, come quel taglietto dentro la bocca dove la lingua continua ad andare a sbattere, con la scusa di controllare se c’è ancora. Mi sorge il dubbio che in realtà ci vada per assicurarsi che non si chiuda. Fottuta autolesionista!

Sta volta c’ero quasi. È bastato un pensiero e la mia mente scatta un’istantanea che mi catapulta indietro di qualche mese. Sono davanti al mio lago felicemente abbracciata a lui, gli ho detto di sì, ci sposeremo. In un secondo smantello tutto il lavoro fatto dalle piastrine in questi giorni. Il taglio è aperto e in effetti su Gela non ho niente di buono da dire, ma non voglio più ascoltare chi continua a parlarmi solo nella mia testa.

Gela è una grande città inquinata, famosa per la raffineria dell’Eni, in passato popolata per lo più dai suoi dipendenti. Ora molti sono stati rimpiazzati da macchine. Le spiagge sono spoglie e il mare non balneabile. Molti quartieri sembrano ricostruzioni di una periferia milanese in disuso, animati solo da antichi spettri di speranze d’ordine e progresso ormai anch’essi disillusi. Una colonna dorica sopravvive come un dito fragile puntato da un passato più civile del presente, impotente davanti al fumo arancione sputato fuori dalle ciminiere.

Mostri senza forma nel cielo di una notte senza stelle.

Attraverso a passo spedito e a fiato sospeso la città per riaffiorare nella campagna. Qui il paesaggio sarebbe meraviglioso se non fosse soffocato dalle serre che lo nascondono. Sembra una zona fertile, tanto fertile che i pomodori crescono anche sui marciapiedi. Guardo più attentamente. I marciapiedi sono effettivamente fatti di pomodori, ma non crescono qui, ce li hanno buttati. Tonnellate di pomodori, cetrioli e anche qualche melanzana. Buoni, ma non posso mangiarmeli tutti.

C’è chi sostiene che siamo in troppi su questo pianeta, che non ci siano abbastanza risorse per tutti. Forse hanno ragione, o forse il fatto che Jennifer Lopez si è assicurata il deretano per 300 milioni di dollari mentre 2,8 miliardi di persone, quasi metà della popolazione mondiale, sopravvive con meno di 2 dollari al giorno dimostra che sono semplicemente maldistribuite. In ogni caso le nostre generazioni non possono più permettersi sprechi.

Quanta gente oggi nel mondo ha fame? 805 milioni secondo il World Food Program, circa la popolazione degli Stati Uniti e di tutta l’Unione Europea insieme. Quante tonnellate di cibo buono vengono buttate ogni anno? Quanta acqua potabile ha innaffiato i pomodori che si stanno imputridendo sull’asfalto? Forse seccandosi sull’asfalto qualcosa tornerà nell’atmosfera insieme alle emissioni dell’Eni.

Arrivo a destinazione, Scoglitti, un paesino di villeggiatura semideserto. Scendo in spiaggia e affogo i piedi e la collera fumanti nell’acqua fresca del Mediterraneo. La plastica delle serre strozza anche il mare. Il sale brucia sulle vesciche ai piedi, ma la rabbia brucia molto di più.

Nuccia, la couchsurfer che mi ospita, mi raggiunge. È una biologa e conosce bene la situazione del mercato ortofrutticolo locale. Mi spiega che grazie alla fertilità del terreno e al clima favorevole la produzione di frutta e verdura nel ragusano è tanto elevata da averla resa famosa a livello internazionale come “il giardino d’Europa”. Con l’entrata dell’Italia nella Co- munità Europea sono stati sottoscritti degli accordi che hanno stravolto le regole del mercato, avvantaggiando il gioco sporco delle multinazionali e costringendo i contadini a una sleale concorrenza al ribasso. Non possiamo competere con paesi che hanno costi di produzione infinitamente più bassi dei nostri e siamo quindi completamente tagliati fuori. Rimangono poi da considerare le infiltrazioni mafiose nel settore del trasporto che favoriscono le contraffazioni, facendo passare prodotti esteri per prodotti locali, le minacce a chi le denuncia, e la beffa finale: il prezzo dello smaltimento legale dell’invenduto. Costa di più buttare un chilo di prodotto che produrlo o venderlo, anche se si decidesse consciamente di andare in perdita concorrendo con i prezzi nordafricani.

In due parole, anzi tre: SONO COMPLETAMENTE FOTTUTI. Buttare il frutto del loro duro lavoro per strada è un segno di protesta, uno sfogo sul paesaggio per condividere la frustrazione con chiunque passi.

Nuccia è speranzosa, dice che molti contadini stanno intraprendendo la strada del biologico e delle conserve, mentre lei riduce al minimo il proprio impatto ambientale. Si prepara detersivi e detergenti da sola, con la farina di ceci, ama tanto il suo lavoro da essersi trasferita dentro alla riserva naturale che studia e preserva. Sogna la sua nuova dimora senza sportelli, in modo che chiunque dei suoi ospiti possa prendere qualsiasi cosa senza avere quel senso d’intrusione creato dall’aprire uno sportello in casa altrui. Esseri di questo tipo riescono a farmi credere per un attimo che la nostra stupida specie non meriti l’autodistruzione.