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Da Catania è impossibile perdersi. Basta guardare in basso e seguire l’ombra della “Muntagna” fino a che il mento è sporto verso l’alto e gli occhi sporchi del sole che nasconde. Devo risalire il vulcano più attivo della nostra placca di mondo, non in tutti i suoi 3.343 metri, ma almeno fino a Nicolosi, dove ho trovato ospitalità in un rifugio.

C’è un ragazzo che m’insegue in bici su per i ripidi tornanti, mi sta cercando per regalarmi il suo sogno sudato e un orecchino con una colomba viaggiatrice che ho tutte le intenzioni di far viaggiare con me verso la mamma. I figli del vulcano la chiamano così. Ha il potere di creare, preservare e distruggere. È regina indiscussa dei cambiamenti, e chi è in grado di ascoltarla si fida di lei. Il cambiamento non produce sofferenza. Resisterle provoca dolore, non assecondarla. Ambasciatrice dei voleri della Terra li mette in atto con decisione e saggezza da millenni.

Sono sempre stata affascinata dai vulcani. Fin da piccola un sogno ricorrente era quello di ritrovarmi nel mezzo di un’eruzione e mi ritrovavo ad architettare ogni tipo di via di fuga per non rimanerne travolta. Considerata la quantità di incubi vulcanici, mi sento abbastanza preparata all’evenienza. Osservo la mamma con timore reverenziale e lei giustamente non si vuole rivelare a una fanatica. La cima fuma, ma niente lava. Niente rombi. Silenzio e rumore di passi e sudore che cola. Cerco di immaginarmeli. Qualcosa di simile a un tuono, ma più gutturale, viene da dentro. La terra trema. È Tifone che non trova pace dopo essere stato confinato sotto alla Sicilia da Zeus. Voglio sentire la sua frustrazione emergere da sotto i miei piedi. È irrequieto, ma schivo. Ha appena aperto delle nuove bocche e in questi giorni è vietato scalarlo fino in cima. Mi fermo ad ammirare il paesaggio lunare, illuminato a scaglie dai raggi filtrati dalle nuvole che sfrecciano veloci trasportate dai venti dei 2.000 e passa metri di quota. Creano un gioco di luce incredibile sul nero e il rosso dei coni visibili e sui riflessi dei sacchetti della spazzatura abbandonati nel paesaggio.

La mamma ha molti figli villani, che non la rispettano e si divertono a sfruttarla. Passo davanti a una schiera di negozi di souvenir affollati di turisti. Campeggia l’insegna “LAVA STONES FOR SALE”. Rendetevi conto che tutto il paesaggio intorno a noi è composto di pietra lavica. Come vendere un granello di sabbia in spiaggia.

La storia geologica del terreno sulle pendici della montagna lo rende particolarmente fertile. Pini, betulle, castagni e ciliegi incorniciano le brulle colate. Più scendo più il verde si fa accecante, il profumo del gelsomino in fiore mi stordisce e le vigne incorniciano la vista del mare blu in lontananza. E tutta questa bellezza è costellata di sacchetti di plastica. Mi dicono che il parco dell’Etna, ora consacrato Patrimonio dell’Umanità, oggi faccia particolarmente schifo perché sopravvissuto ai picnic di Pasquetta. Mi dicono che la guardia forestale se ne infischia e chi ci abita prega che piova a ogni festività per evitare queste ondate di maleducazione.

In poco più di un mese dal mio sbarco in Sicilia mi sono completamente innamorata di questa terra, devo essere impossessata dai sintomi dei primi mesi d’innamoramento e le fette di salame sugli occhi nascondono i difetti della mia amata. Però la spazzatura la vedo. La vedo dappertutto. Nelle riserve naturali, ai bordi della strada, sulle spiagge, nei fiumi. E vedo soprattutto una diffusa mancanza di rispetto per l’ambiente. La Sicilia è una regione molto religiosa, ancora molti giovani prendono parte alle processioni e pregano. Allora mi chiedo, se si crede in Dio: qualsiasi Dio secondo i libri sacri è il creatore. Le montagne, i fiumi, i mari, laghi e vulcani sono opera sua. Forse allora invece di ripetere tremila Ave Maria, perché non evitare di buttare una lattina dal finestrino in rispetto del Signore? Perché per festeggiare la resurrezione di Suo figlio si deve distruggere un bosco? Perché non insegnare a rispettare Dio attraverso la Sua unica manifestazione visibile? La natura.

Capisco quindi che ogni tanto la mamma s’incazzi.