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«Che minchia ci vai a fare a Corleone?». Onestamente non lo so. Ho deciso le mie tappe in Sicilia completamente a caso. Volevo perdere un po’ di tempo in primavera, lasciando che il continente si scaldasse, mentre io riscaldavo i muscoli per poi risalirlo più allenata.

Entro in paese e due randagi sui lati opposti della strada mi accolgono come oracoli del Sud. Il mio amico cartello stavolta dice: “Corleone capitale mondiale della legalità”. Sembra che la Val d’Aosta in quanto tale non abbia resistito alla voglia irrefrenabile di accalappiargli quest’assurdo riconoscimento.

Corleone, città dalle cento chiese, peccato siano tutte chiuse. Ripiego sul cimitero. Tombe nuove per morti da un pezzo.

Mi dicono che la mafia uccide sempre due volte. Prima col piombo e poi infangando la memoria delle vittime, in modo che non vengano fatte né martiri né eroi. Placido Rizzotto, sindacalista rapito e ucciso da Cosa Nostra, o quelle che sembrano le sue spoglie, ci hanno messo sessantaquattro anni prima di avere una degna sepoltura. Bernardino Verro, primo sindaco socialista della cittadina, viene riesumato un paio d’anni fa per essere spostato vicino a Placido e nella tomba vi trovano due teschi. Apparentemente nessuno dei due gli appartiene. Accendo una sigaretta e penso ai controsensi.

 

Viaggiando senza soldi la fiducia li deve sostituire. A Corleone mi devo fidare di Giuseppe, contattato casualmente su Facebook e Giuseppe mi ha organizzato pranzo e cena nei suoi ristoranti preferiti, giro turistico guidato e pernottamento nel B&B dell’amica Marilena. Bingo tre volte di fila.

A Marilena servono fotografie dei quadri del padre per preparare il catalogo di una mostra. Salgo nello studio e il mio obiettivo diventa una finestra affacciata su centinaia di castelli siciliani dipinti al crepuscolo. Dopo dieci ore di cammino sotto la pioggia, il bagno fumante che mi hanno offerto non ha prezzo e mi piace poter restituire qualcosa in cambio della calorosa ospitalità.

Giuseppe mi presenta a tutti i suoi amici, tra cui il parrucchiere, che mi invita a farmi un taglio. Compro anche questo con la fiducia ed esco dal salone con i capelli viola lunghi da una parte e corti dall’altra.

Chissà se piacerebbero a Chris.

Devo smetterla di pensare a lui. Toglimi di dosso il tuo sguardo innamorato, il tuo odore di strada, la tua presa così violentemente dolce. Vorrei andare in piazza e urlare fino a quando la voce morirà in gola insieme al tuo ricordo.

Vorrei… ma non posso. Spaventerei il gruppo di anziani con la coppola e le facce dure, seduti sulle panchine davanti alla villa comunale. Gli americani pensano che tutti quelli che indossano la coppola siano mafiosi e alcuni corleonesi ne approfittano accettando mance in cambio di una foto with a real mafioso. Un signore mi racconta che a volte li portano anche a vedere la casa di don Vito Corleone. Don Vito non esiste né a Corleone né altrove, dato che il personaggio reso famoso dalla trilogia di Coppola è inventato e il film non è stato nemmeno girato qui. Il trucco funziona sempre. «Thank you, veramente emozionante», gli dicono soddisfatti mentre immergono gli arancini nel ketchup.

Passeggiando con Giuseppe e le guide incontriamo Cosimo.
 «Piacere». Scossa elettrica. Sarà il maglione di lana.
 Scrive per il giornale locale e vorrebbe farmi qualche domanda. Ci diamo appuntamento per l’indomani mattina, faremo colazione insieme prima di ripartire.

Cosimo e io siamo seduti ai tavolini di un bar da cinque minuti e senza rendercene conto abbiamo immediatamente stravolto i ruoli. È un pozzo di sapere e io ho sete di risposte informate e sincere. Fuori piove sempre più forte. Non ho voglia di strada né di pioggia, oggi. Ho voglia della sua voce. Rimango ad ascoltare ignara del tempo che passa. Lui sembra sapere o forse sperare che non voglia ripartire e mi porta in un posto speciale. La prima cooperativa agricola di Sicilia, fondata proprio da Bernardino Verro, costruita con le pietre portate a casa dai braccianti socialisti ogni sera al rientro dai campi.

Mi siedo al centro di una grande stanza vuota e lui mi gira intorno raccontandomi tutto quello che sa sulla lotta alla mafia, sulla potente delicatezza della madre di Peppino Impastato, sulla Sicilia, sui colori della sua bandiera. Sono completamente persa nell’orbita metafisica della sua voce che mi passa sempre più vicino e spero mi sfiori da un momento all’altro. Chissà se a Bernardino farebbe piacere vedere la tensione erotica quasi palpabile che ora occupa le stanze della sua casa del popolo. Credo di sì. Ogni eroe deve essere romantico.

La mia concentrazione è sfumata e faccio domande a caso, l’importante è che non smetta mai di parlare. L’importante è questo momento non finisca mai. Almeno per oggi.

Nel tardo pomeriggio Cosimo deve guidare un tour con una scolaresca bresciana al laboratorio della legalità. È ovvio che non ci separeremo. Continuo ad ascoltarlo tra le mura dell’immobile sequestrato a Provenzano. Chiede ai ragazzini se avevano mai sentito parlare di Corleone prima. Sì, certo, al telegiornale. Mafia. Cosimo non è imbarazzato, conosce bene le reazioni che suscita il nome del suo paese. Lo fa di proposito. Vuole che i ragazzi ascoltino ed escano di lì ricordando gli eroi e non i mostri a cui la sua cittadina ha dato i natali.

Siamo ormai insieme da più di dodici ore e se non con una fotografia, non siamo riusciti a fermare il tempo. L’incantesimo si spezza quando la stanchezza vince sulle membra di Cenerentola dai piedi gonfi. La scarpetta mi serve, ma gli lascio volentieri il mio numero di telefono.

All’alba lascio anche Corleone, furtivamente, prima che si svegli. Se l’affrontassi un’altra volta mi potrebbe trattenere per sempre. Vado via in punta di piedi, la guardo sonnecchiare da lontano, cullata dagli strapiombi calcarei. Credo di sapere cosa stia sognando, Cosimo me lo ha svelato. Sogna un futuro diverso, sogna di essere guardata per quello che è, senza pregiudizi.

Hai la scimmia del viaggio?

Ottimo! a presto amico!