L’Etna mi attrae come un magnete e mi lascio guidare. Si accosta una macchina e con la grazia di un macaco un ragazzino insistente inizia il suo rito amoroso. «No grazie, non voglio un passaggio, no grazie, ho già mangiato, no grazie, ho amici che mi aspettano, no grazie, sono astemia, no grazie, indosso una cintura di castità e le chiavi mi sono cadute nella neve mentre attraversavo l’Antartide a piedi». Trovo il mio angolo di pace in una villa abbandonata a picco sul mare. Mangio pane e pesto insieme agli uccelli che si sono fermati con me a riposare. Chissà quante volte devono sbattere le ali al minuto per rimanere in volo? Chissà se anche loro si sentono in armonia con il creato mentre si spostano? Chissà dove ha parcheggiato la macchina il macaco ora che me lo vedo spuntare a piedi nel mio angolo di paradiso nascosto, interrompendo il mio scambio culturale con gli uccelli? Volendo ben vedere, non è neanche brutto, eppure il suo approccio così volgare è rivoltante. La situazione non è delle migliori, siamo soli nel giardino di una villa abbandonata, a pochi passi dalla strada, ma ben nascosta dalla vegetazione rigogliosa. È circa mezzogiorno di Pasquetta e i siciliani prendono queste cose seriamente, sono a casa ad arrostire e il traffico è ai minimi storici. Si avvicina e conosco perfettamente le sue intenzioni. Ho lo spray al peperoncino sempre in tasca, ma prima voglio provare a usare un’altra arma: la fantasia. «Sto registrando un programma televisivo e la mia troupe mi segue a pochi minuti di distanza, ora li chiamo così ci raggiungono e magari gli spieghi cosa ci fai qui». Come gli omini dei cartoni animati beccati con le mani nella marmellata, senza girarsi, si allontana indietreggiando goffamente. Si dilegua come se le telecamere fossero già puntate su di lui e il suo imbarazzo.

Proseguo per la campagna, e le nuvole di smog sono sostituite da quelle di carne abbrustolita. Incontro molte lepri spaventate che saltano nascondendosi da un cespuglio all’altro per paura di finire sulla piastra. Come loro fanno alcuni ragazzi di colore. Due di loro improvvisamente si avvicinano. Sono profughi eritrei appena sbarcati. Mi chiedono se gli presto il telefono per fare una chiamata. Dopo la telefonata gli domando dove siano diretti e mi dicono che non ne sono certi: «Anywhere outside Italy».

Ne sono arrivati tantissimi, troppi e i centri di accoglienza sono pieni. Le forze dell’ordine, pretendendo di non vederli, li lasciano scappare con la speranza che vengano accolti in un altro paese. Ascoltando quel consiglio silenzioso, i profughi risalgono clandestinamente lo Stivale sperando di valicare le Alpi da uomini liberi per cercar fortuna altrove. Riprendo il mio conto alla rovescia dei miei 55.200 passi spensierati contro la loro corsa incognita verso una nuova vita.

La città nera

A Catania, Tiziana e Laura mi aspettano per guidarmi attraverso la loro città. Mi portano a vedere un locale nel quale scavando per allargarlo è stato ritrovato un fiume sotterraneo nello scantinato. Ora ti ci puoi sedere davanti a mangiare carne di cavallo, mentre lo vedi scomparire nei meandri della metropoli sotterranea, o meglio nei suoi sette strati, essendo stata stretta dal caldo abbraccio dei tentacoli incandescenti dell’Etna ben sette volte. A tratti il passato riemerge in superficie, rendendo la città un affascinante museo a cielo aperto, con i suoi colori rubati al vulcano.

Raccogliendo i loro sogni mi rendo conto che la mia scatola è ormai colma. Tiziana vive ora a Verbania e mi sembra una persona affidabile. La eleggo solennemente messaggera dei sogni affidandole il contenuto della scatola magica e tutta la mia fiducia. A Baveno ho già investito “il ragioniere dei sogni”. Per la sua incolumità preferisco mantenere l’anonimato. Il nulla è in agguato. Ha una cassaforte in casa. I sogni di tutti mi aspetteranno lì.

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Ottimo! a presto amico!