Warmshowers è una figata ma c’è una cosa che lo batte: campeggiare “into the wild”. Purtroppo ho una tenda sarcofago, monoposto e monostrato. Se piove o c’è umidità non si rimane asciutti dentro. Per questo, soprattutto considerate le correnti condizioni atmosferiche, sto cercando di evitare. Oggi però sono forzata a farlo, mancano 120 km a Cherbourg, ho ancora due giorni e mezzo per arrivarci e tra Bernieres Sur Mer (dove ho appena scoperto abbia vissuto Oscar Wilde per un breve periodo) e Cherbourg non ho trovato nessuno che mi ospiti.

Il ché vuol dire che me la posso prendere stracomoda. Pedalo solo finché ne ho voglia e finché trovo un posto che mi piace per piazzare la tenda. Domani faccio il resto.

Non prendo la strada più corta ma scelgo di fare la costa dello sbarco, il famoso D-day.

Tra pochi giorni saranno passati esattamente 72 anni. 72 anni da quando migliaia di soldati americani, inglesi e canadesi sono arrivati con le pance piene, vomitando la colazione stravolti dal mal di mare benvenuti a colpi di mitra. Non voglio provare nemmeno provare a dipingere la scena dello sbarco, l’ha già fatto benissimo Steven Spielberg. Certo che camminare sulla sabbia di Omaha beach, con i carro armati, i bunker, e alcuni pezzi delle imbarcazioni alleate spiaggiate dal 6 giugno del 1944, che galleggiano tra onde e nebbia e qualche ragazzino che si diverte a scavare nella sabbia alla ricerca di qualche cimelio di guerra, è surreale.

Non voglio nemmeno stare a fare una discussione politica sulla seconda guerra mondiale. Se esistesse una guerra giusta probabilmente quella lo era. Non voglio né posso minimamente immaginare in che stato d’animo quei giovani approdassero in un continente sconosciuto per liberarlo da altri sconosciuti. Credo solo che se ogni soldato al mondo decidesse che la responsabilità di ogni uomo che uccide è solo sua e non di chi lo comanda o degli ideali per cui combatte probabilmente ognuno di loro si strapperebbe la divisa e non ci sarebbero più guerre.

Il grande paradosso americano, una nazione estremamente Cristiana che non ha fatto altro che mandare soldati ad infrangere il comandamento più importante per il 93% del tempo da quando esiste. (Gli Stati Uniti sono stati in guerra per 214 su 240 anni dal 1776, l’anno di fondazione).

“They died for your freedom”.

È scritto sul granito infilzato sul lungo mare sotto alle bandiere francesi e americane che sventolano sotto a un cielo grigio e senza forma. Queste sono parole che realmente lasciano pensare. È vero, come negarlo. Chissà cosa sarebbe successo se Hitler non fosse mai stato fermato. Certo che l’epitaffio permanente scolpito nella roccia ci rende anche per sempre debitori. Ed essere debitori a vita è forse libertà o un altro paradosso? Ma soprattutto se davvero tutti questi sconosciuti sono morti per noi ognuno di noi ha il dovere, in loro rispetto, di capire cosa significhi libertà e di esercitarla vita natural durante.

Raccolgo un proiettile arrugginito, scappato all’attenzione dei ragazzini e stringendolo forte tra le mani prometto che io farò la mia parte, giro le spalle all’oceano e m’incammino verso la mia bici…

Dal mio sarcofago piazzato in una radura vicino alla chiusa di Carentan, 29/05/2016