La pena fisica è un piacere in confronto a quella del cuore e presto fortunatamente attrae tutta la mia attenzione. Conquisto la meta imperterrita, senza pensare più a niente. Bova mi premia con un panorama a 360 gradi. Le vallate si fanno strada fino al mare e l’Etna è ancora imperioso dall’altro lato dello Stretto. Raccolgo una manciata di ghiaia. È sporca di polvere nera. Le sue ceneri arrivano fino a qui. Un po’ di Sicilia tra le mani è sempre di conforto.

Tramite amici di amici entro in contatto con Angelo. Mi dà le chiavi di una bella camera affacciata a valle e m’invita a cenare con un gruppo di ventiquattro arzilli vecchietti torinesi. Alcuni sono pensionati, altri impiegati dell’Enel. Sono venuti a farsi una settimana di trekking selvaggio. Se voglio, domani posso unirmi a loro, scarpinando nella fiumara per poi risalire fino al borgo abbandonato di Roghudi vecchio. Mi piace l’idea di prendermi un giorno libero dai miei spostamenti e camminare per svago senza zaino.

Partiamo presto. Antonio, una guida freelance, ci conduce attraverso i sentieri scoscesi. Con la sua accetta libera il cammino dagli spinosi cardi selvatici. Misura le parole come se le avesse contate. Ha cinquantotto anni, gli occhi azzurri di un attore d’altri tempi e la pelle scura scolpita dal sole. Sale e scende i sentieri montani come uno stambecco, nonostante si fumi una sigaretta dietro l’altra. Gli ricordo una vecchia fiamma, intesa immediata.

Il cammino di gruppo è molto diverso da quello a cui sono abituata e dopo qualche ora spesa a studiare le sue dinamiche sono molto contenta di girovagare da sola.

C’è chi vuole far vedere che non si stanca mai e sgomita per rimanere sempre davanti a tutti, chi si lamenta di ogni cosa, chi si è dimenticato di lasciare a casa un bagaglio di problemi, chi pensa di sapere più della guida continuando a interromperla, chi non ha alcuna intenzione di smettere di chiacchierare, neanche per prendere fiato.

Non ho più la pazienza per sopportare tutto questo, per questo adoro viaggiare da sola. Sicuramente anch’io sarò vittima dei miei pensieri cretini, ma nessuno tranne me è costretto a sorbirseli. Posso permettermi un giorno di riposo quando voglio, senza dover mettere in atto un consiglio decisionale, non devo sopportare brontolamenti, non mi devo preoccupare delle reazioni di un eventuale compagno alle usanze locali, sono più concentrata su quello che mi sta intorno che su ciò che mi porto dietro, ma soprattutto ho tempo per pensare, riflettere, stare con me stessa e mettermi in sintonia con la natura e le popolazioni che incontro.

Antonio e io condividiamo lo stesso pensiero e distaccandoci leggermente dal gruppo percorriamo i 18 chilometri di sentieri all’ombra di boschi d’ulivi e frassini, aprendo la bocca solo per respirarli meglio. Spiati dagli occhi silenti della fiumara, mi indica le orme lasciate dai lupi nella notte.

Alla vista di Roghudi le rughe di cuoio di Antonio si fanno improvvisamente tristi e melanconiche. Ci sono dei grandi chiodi ai muri, ci legavano i bambini per non farli cadere nel burrone circostante mentre giocavano. Un’isola a strapiombo in mezzo alla fiumara. Un’arma a doppio taglio. Il comune è stato abbandonato dopo le alluvioni del ’71 e del ’73. Il sindaco era amico del proprietario di una catena di supermercati sulla costa. Gli abitanti di Roghudi vecchia erano quasi autosufficienti a livello alimentare, perciò pessimi clienti, e così dopo le alluvioni invece di ricostruire, riportare l’acqua e l’elettricità al paese, il sindaco in cambio di qualche mazzetta decise di spostarlo a valle, di fianco al supermercato. O almeno questa è la teoria di Antonio. Teoria secondo la quale un intero paese è stato sradicato dalla montagna in cui ha vissuto in osmosi con la terra per secoli per renderlo consumatore di un centro commerciale.

Non credo queste siano le uniche vere ragioni. Roghudi, come gli altri villaggi dell’Aspromonte, era collegata al resto del mondo poco e male. Sono tanti i paesi montani ad essersi trasferiti sulla costa nel corso dell’ultimo secolo. Sindaco corrotto o meno. D’altronde non c’è più la necessità di doversi arroccare per difendersi dagli invasori saraceni. I paesini dell’entroterra che sto toccando in questi giorni sono solidi, vissuti armoniosi e semi-abbandonati. Le marine agglomerati urbani brutti, ricchi di costruzioni abusive, ma sulla strada e vicino al supermercato.

Salgo e scendo le stradine del bel paese abbandonato, scatto foto ai panni ancora stesi coperti da quarant’anni di polvere. L’unico rumore è il miagolio del gatto che piange ancora il suo padrone, l’unico abitante che non ha voluto andarsene, deceduto l’anno scorso. Antonio si lascia andare a un sogno. Vorrebbe che i giovani ripopolassero il paese, si riprendessero la fertile terra abbandonata. Pannelli solari, agricoltura biologica, raggiungere di nuovo l’autosufficienza. Vorrebbe un’isola che non c’è in mezzo alla fiumara, vorrebbe vedere la comunità risplendere come una volta, potrebbe essere di esempio ad altre.

L’eterogeneo gruppo di torinesi sdrammatizza scherzando sul fatto che almeno dopo quarant’anni finalmente a Roghudi è arrivata l’Enel…