Ci metto più di dodici ore ad arrivare ad Agrigento, stremata, impolverata, e anche un po’ incazzata dopo oltre 50 km a piedi. Spero chi mi ospiterà abbia in frigo grosse quantità del mio integratore di sali minerali preferito. La birra.

In effetti sì, il ragazzo che mi ospita – che per comodità chiameremo Mister X – ha della birra, ma ha anche tre camere da letto. Dice l’unica agibile sia la sua e sembra che dovremo condividerla. Insiste che il disordine nelle altre stanze non mi permetterebbe di dormire comoda, gli ripeto di non essere mai stata aggredita nel sonno da un comodino disordinato e che piuttosto preferisco dormire sul divano, russo e sputo di notte. Non vorrei dargli fastidio.

Forse ho russato una volta in vita mia, per colpa del raffreddore e non credo sputassi.

Concesso.

L’integratore al luppolo inizia a fare il suo effetto scioglilingua e mi prendo la confidenza di scherzare sopra al pessimo savoir faire di Mister X con lo stesso. Non si offende e mi spiffera che solitamente con le straniere funziona, dice che si è portato a letto tutte le ragazze che ha ospitato finora. Una volta anche due insieme e per confermare mi mostra il video sul telefonino di due agili americane gemere e divertirsi nella camera da letto “agibile”.

Mia mamma aveva detto che era proprio un bravo ragazzo quando ancora prima di partire le avevo detto che quello che mi avrebbe ospitato ad Agrigento mi aveva addirittura chiamata per assicurarsi andassi proprio da lui.

Mia mamma non ne azzecca una.

Esco a prendere una boccata d’aria, un po’ scioccata e un po’ divertita da quest’ultimo incontro. Non ho intenzione di appoggiare altro peso sotto ai piedi e mi siedo su un muretto con le gambe a penzoloni a guardare il cielo.

«Darinka?», dice un uomo col cane al guinzaglio.
“E questo chi è?”, penso stranita. «Sì, sono io».
«Ciao! Sono Pietro, un amico di Epifania, di Palazzo Adriano. Mi ha parlato del tuo viaggio. Voglio aiutarti! Ti serve qualcosa? Dormire, man-giare? Sogni?».

Non credo che le parole fortuna o coincidenza siano adeguate a descrivere questa situazione. Forse Dio non è Google e forse ha deciso di appassionarsi a quest’avventura. Per stanotte sono a posto, Mister X mi aspetta e dopo aver assimilato la notizia di non potermi aggiungere alla sua collezione di figa si è comportato dignitosamente, offrendosi anche di accompagnarmi a vedere la scala dei Turchi e rimediandomi un’entrata gratuita alla Valle dei Templi, ma domani sera mi trasferisco volentieri. Agrigento vale la pena di essere visitata e io sono esausta. Posso permettermi due notti qui. Due notti di sogni.

 Agrigento è una bellissima città in coma. Il centro storico cade letteralmente a pezzi. C’è il problema del verde. Ce n’è troppo! L’erba non è alta solo nelle campagne che ho attraversato, ma anche in centro. Anche sulla sopraelevata di cui si sono dimenticati di costruire gli ultimi venti metri per entrare nella galleria che l’attende. Galleggia inutile, in pieno centro, sotto agli occhi di tutti, da talmente tanto tempo che ha perso anche la vergogna di esistere.

a casa di Pietro l’anno dopo. Un amicizia vera che si protrae nel tempo, sia con lui, che la bella Tiziana e i loro cani!

Pietro mi racconta di come le due città che compongono Agrigento si fossero sempre guardate. L’antico centro storico d’origine araba affacciato sulla Valle dei Templi. Un filo diretto con il passato, per non dimenticarlo, per andare avanti con la saggezza di saper guardare indietro. Ora il filo si è spezzato, è squarciato da mostri di cemento, orribili condomìni sono spuntati come un’irritazione cutanea inarrestabile sul viso di una donna troppo bella. Agrigento è stata rapita dal suo termine di paragone e d’ispirazione, la madre Grecia, come una figlia strappata alla culla ancora in fasce brancola nel buio a tentoni. Crolla pezzo dopo pezzo. Chi ha vissuto altre realtà può fare un confronto e torna a casa portando con sé visioni di una città restaurata e funzionale. Ma chi, come la maggior parte dei locali, non è mai uscito, non si rende conto di quanto meglio potrebbe essere e tende a smorzare l’euforia dei ritornati che solitamente ripartono sconsolati lasciandola pigra e senza desideri, come un gatto castrato prima della sua prima volta. Un gatto che non ha mai vissuto il sesso, non sa cosa sia, semplicemente non gli interessa.

Pietro desidera una città reattiva.

DESIDERARE. Riflettiamo insieme sull’etimologia della parola. Mancanza di stelle. Guardare in alto e pensare, scrutare il vuoto che implica la lontananza tra il soggetto e l’oggetto del de-siderio, cercarlo nel nulla. Proprio come stavo facendo quando Pietro, quest’affascinante insegnante anticonformista, mi passa davanti galleggiando, quasi come fosse il palloncino volante di Golia, il suo cane, trattenuto al suolo non dalla gravità ma solo dal guinzaglio. Forse per quello ci siamo riconosciuti al volo. Tra sognatori ci si annusa a distanza. Peccato che ad Agrigento anche sognare sia un atto sovversivo e Pietro, nel suo ruolo d’insegnante, è stato già richiamato più volte. Gli danno la colpa di far sognare troppo i figli degli altri.

Lo saluto con l’amaro in bocca, io vado avanti e lui torna a scuola, entrambi sempre guardando in alto.